Scuola, sala insegnanti. Sul tavolo un numero elevato di manuali. In quanto docente, devo decidere quali testi eventualmente adottare per il prossimo anno scolastico. Per scegliere, compio un carotaggio: prendo un argomento che conosco e osservo come viene trattato.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) è citata sempre in tutti i libri di storia perché ha costituito il modello della Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata nel 1948 dall’Assemblea delle Nazioni Unite e il cui primo articolo recita: All human beings are born free and equal in dignity and rights. All human beings, cioè tutti gli esseri umani.

Ma nella Dichiarazione del 1789, ispirata al noto motto Liberté, Égalité, Fraternité della Rivoluzione francese, non era affatto così: le parole “uomo” e “cittadino” avevano significato proprio, riferendosi in modo specifico agli individui di sesso maschile; ne rimanevano escluse le donne (e gli uomini schiavizzati delle colonie). Fu per questo che due anni dopo Olympe de Gouges avrebbe scritto la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, non solo denunciando la diseguaglianza strutturale che anche la nuova società rivoluzionaria continuava a perpetrare ma mostrando pure come la discriminazione passasse dal linguaggio giuridico; le donne, che pur salivano sul patibolo come gli uomini e avevano lottato nella Rivoluzione (la marcia delle donne su Versailles costrinse il re a firmare la Costituzione), non erano nominate: non erano soggetti politici degni di diritti.