La Rerum novarum, che affida alla salvezza ultraterrena quel che Marx voleva prodotto della lotta di classe e i giacobini della cittadinanza perfettamente eguale e fraterna, è come la decrittazione e la trasfigurazione modernizzante di un racconto di Charles Dickens. Affermati principi antropologici e soteriologici ultraliberisti, detto che chi promette il paradiso in terra ai poveri e ai proletari è un impostore, perché di paradiso ce n’è uno solo e non è da queste parti, il resto è una estrema ed estremamente giustificata denuncia degli orrori della prima industrializzazione, il lavoro minorile, lo sfruttamento intensivo della manodopera, la ingiusta mercede, la condizione servile a cui un pugno di straricchi assoggetta la moltitudine dei lavoratori, l’indifferenza dello stato nella tutela di chi è vulnerabile, la contestazione del sacrosanto diritto di associazione dei lavoratori, in una formula di Leone “la questione operaia”. Noi oggi sorridiamo quando il Papa accenna alla promiscuità sessuale nelle officine, dovuta alla mescolanza dei sessi in uno stesso ambiente, e per altri evidenti anacronismi (almeno ai nostri occhi, centotrentaquattro anni dopo). Ma si può dire lecitamente che nella Rerum novarum il movimento del pensiero sociale è tutto, il rimedio è tutto, la riforma è il suo orizzonte illuminato. Ed è veramente miracoloso che un Papa dell’Ottocento, e la Chiesa cattolica nella sua sequela e aggiornamento, abbiano prodotto una così forte esclusione del “sogno di una cosa”, il mondo libero e eguale e senza altra proprietà che quella collettiva e senza poveri, combinando questo realismo alla teoria del rimedio, dei mezzi per l’approssimazione a un mondo per così dire semplicemente migliore.Giuliano FerraraLa Rerum novarum, promulgata da Papa Leone XIII il 15 maggio 1891, costituisce ancora oggi la pietra angolare del magistero della Chiesa cattolica sui temi della giustizia sociale, del lavoro, della legittima proprietà. Ora che il nuovo Papa americano Robert Prevost ha assunto il nome di Leone XIV, e ha fatto un esplicito riferimento all’enciclica del predecessore, l’interesse per questo testo più spesso citato che letto, a volte ridotto a un appello morale di afflato profetico, si è rinnovato. In realtà è un testo complesso e a lungo meditato, di estrema concretezza ma anche nettezza dottrinale. Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci era Papa da 13 anni, questa è la sua 38esima enciclica (nel suo lungo pontificato, morì nel 1902, ne scrisse ben 86). Si era già occupato, pur senza la stessa ampiezza, delle questioni sociali; ma anche dei rapporti tra Stato e Chiesa, di libertà di coscienza e libertà religiosa. La Rerum novarum è il culmine di un percorso che implica anche attenzione alle animate riflessioni presenti nella Chiesa e nel laicato di allora (un anno prima si era svolto il dibattuto Congresso internazionale di Liegi sulla questione sociale). Nel frattempo nel 1889 era stata fondata la Seconda Internazionale e il 1° maggio 1891 le prime manifestazioni operaie nazionali in Italia avevano causato anche scontri con la polizia e due morti a Roma. In questo contesto, che chiama anche la Chiesa a uscire da un pur glorioso recinto storico che non esisteva più (Papa Pecci fu il primo Papa non re, eletto al Soglio dopo la fine del potere temporale della Chiesa, nel 1878) l’enciclica di Leone XIII affronta i temi della “questione sociale” con completezza e metodo, all’interno di un quadro valutativo impostato senza sbavature “moderniste” sulla dottrina tradizionale della Chiesa. E’ significativo che l’incipit non sia puntato in astratto sul “nuovo mondo”, ma letteralmente sull’“ardente brama di novità” dei popoli, ponendo così l’accento su aspirazioni, idee, sofferenze.Maurizio CrippaIl modello politico da “stato minimo” esposto da Leone XIII nella Rerum novarum è pienamente compatibile con lo smantellamento del welfare state di matrice socialista, attuato dalla Lady di Ferro negli anni Ottanta, che aveva piombato l’economia britannica senza peraltro risolvere i problemi sociali. La dottrina sociale della Chiesa non prevede affatto un progressivo allargamento dello stato, anzi ne promuove un arretramento a favore di individui, famiglie, associazionismo e cosiddetta società civile. La ripartizione della ricchezza in maniera più equa non deve avvenire attraverso un’elevata tassazione e la continua redistribuzione dello stato, e men che meno attraverso la collettivizzazione, ma attraverso la più ampia promozione e diffusione della proprietà tra gli operai: “Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari”. Un’interpretazione di questa visione di società è sicuramente la “democrazia di proprietari” (property-owning democracy) teorizzata e messa in pratica dai governi della Thatcher. Ad esempio con l’Housing Act del 1980, che consentì a milioni famiglie che vivevano nelle case popolari di acquistarle a un prezzo agevolato, facendo aumentare la quota di proprietari di casa dal 55 per cento nel 1980 al 67 per cento nel 1990. Stessa logica alla base delle privatizzazioni delle società statali, iper-indebitate e sussidiate dalle tasse dei lavoratori, che vennero vendute attraverso programmi che trasformarono in azionisti milioni di cittadini e lavoratori che hanno avuto modo finalmente di partecipare ai profitti da proprietari, dopo aver partecipato a lungo alle perdite da contribuenti.Insomma la Thatcher, che non era cattolica ma proveniva da una famiglia di fede metodista e di solidi princìpi religiosi cristiani, in linea con la Rerum novarum, ridusse il perimetro dell’intervento statale a favore degli altri attori della società. E qui arriviamo al secondo fraintendimento. Che non riguarda la presunta matrice socialista di Leone XIII (un giornale recentemente è arrivato a definirlo, addirittura, “il Papa comunista”) ma il significato asseritamente antisociale della famosa frase della lady di Ferro: “There is no such thing as society”.Luciano CaponeSe l’operaio manifatturiero dell’Ottocento ha meritato un’enciclica da Leone XIII, che cosa deve attendersi da Leone XIV l’operaio digitale del Terzo millennio? In quella stagione, il lavoro era fatica fisica, alienazione materiale, sradicamento sociale. Le condizioni operaie – dodici o più ore al giorno, sei giorni su sette, spesso in ambienti malsani – rappresentavano la nuova “questione sociale” del tempo. L’enciclica difese il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, all’associazionismo sindacale, ponendo la dignità della persona come architrave di ogni ordine economico. Oggi, 134 anni dopo, un altro Leone, Papa Leone XIV, si trova al cospetto di una nuova rivoluzione, quella digitale, dominata dall’intelligenza artificiale. Se Rerum novarum fu la risposta dottrinale alla meccanizzazione del lavoro, la futura Rerum artificialium potrebbe diventare il riferimento etico di fronte all’algoritmizzazione della conoscenza e alla cognitivizzazione del lavoro.La trasformazione del lavoro nell’ultimo secolo è radicale non solo per le tecnologie impiegate, ma per la natura stessa delle attività umane. Secondo i dati raccolti dall’Oecd e dalla World Bank, un operaio europeo nel 1890 lavorava in media oltre 3.000 ore all’anno. Oggi, nei principali paesi industrializzati, la media è scesa a circa 1.500-1.800 ore, con variazioni tra i 1.400 della Germania e i 1.800 degli Stati Uniti. Ma la riduzione quantitativa delle ore non ha significato automaticamente maggiore libertà: la qualità del lavoro si è spostata verso ambiti intellettivi, cognitivi, decisionali e comunicativi. Nel contesto odierno, il lavoro è sempre meno materiale ed esecutivo, e sempre più governance, giudizio, progettazione, mediazione. L’AI non solo automatizza compiti fisici, ma anche cognitivi: suggerisce diagnosi mediche, genera testi, analizza contratti, formula strategie. L’uomo è chiamato non tanto a “fare”, ma a capire, orientare, scegliere. Il lavoro diventa mentale, frammentato e spesso pervasivo: avviene ovunque e in qualunque momento, diluendosi nei flussi digitali che attraversano le nostre vite. Questa nuova centralità del lavoro intellettuale impone di ripensarne la dignità, non più legata alla fatica visibile, ma al valore simbolico, etico ed esistenziale del pensare, decidere, creare. Papa Leone XIV – primo Pontefice con formazione matematica, ma anche interprete originale del pensiero agostiniano – si trova nella posizione ideale per cogliere questa transizione epocale.Carlo Alberto Carnevale MaffèQuando Leone XIII scrive che “non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato” sta ponendo le basi, ancora in chiave giusnaturalistica, a quell’ordine di fattori di intervento imposto dalla sussidiarietà come principio di libertà, solidarietà e responsabilità. Senza che sia esplicitata come metodo di distribuzione dei compiti, già in questa enciclica la visione sussidiaria trova esemplificazione nel ruolo riconosciuto alle formazioni sociali e anteposto a quello dello Stato. La famiglia, prima di tutto, perché “non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può”. Le associazioni, poi, perché “a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare le due classi tra loro”. Solo laddove “alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrana un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato”.Si tratta nel complesso di una visione originale che si svilupperà, dal Novecento in poi, in formule politiche e giuridiche che guardano all’uomo come soggetto complesso e dinamico, che diffidano di ogni forma di sopraffazione della libertà, socialismo compreso, ma che riconoscono anche la strumentalità delle libertà economiche rispetto agli obiettivi di solidarietà sociale. Se la dignità umana trova nella proprietà, nel lavoro e nell’iniziativa privata gli elementi portanti del benessere individuale e sociale, materiale e spirituale, vi trova anche i suoi limiti. La lezione del liberalismo classico prenderà un’altra strada dal laissez faire. Quella strada che, con tutte le sue insidie e contraddizioni, stiamo ancora attraversando.Serena Sileoni
Da un Leone all’altro, è sempre tempo di rivoluzioni
Il legame tutt’altro che scontato fra la “Rerum novarum” ottocentesca e l’atteso documento sull’Intelligenza artificiale












