In Sala Salomon si discute di povera patria e la prima domanda è per Carlo Galli, sulle parole patria e nazione, che compaiono nella costituzione ma poi, dice Mola, “ce le siamo un po’ perse”. “Sono state talmente abusate dal fascismo che sono state un po’ messe da parte - ragiona il politologo - anche se in realtà fanno parte non solo del lessico repubblicano ma anche del lessico rivoluzionario. Nella Francia rivoluzionaria la nazione è opposta al regno. Sono identità politiche collettive autosufficienti”.

L’ultima volta che s’è visto un sentimento di patria forte, dice Galli, è stato “quando è stato messo un muro al terrorismo”. E si chiede: “Ha ancora senso parlare oggi di patria, quando tutto è dominato da forze transnazionali?”. Per Stefano Folli: “La patria è anche trascendente è anche sentimento e Ciampi riuscì a intercettarlo, come se ci fosse desiderio di ritrovare il senso di stare insieme. Napolitano per i 150 anni dell’unità di Italia ha fatto un discorso in cui ha cercato di andare al di là degli schieramenti e vedere un filo di unità che è quello che a noi è sempre mancato. Oggi il patriottismo forse si può trovare nella Costituzione ma è un discorso molto razionale”.

Ci è più facile aderire ai piccoli campanili forse, suggerisce Mola. “È la nostra ricchezza - ragiona Galli - ma se andiamo avanti così ci polverizziamo. Noi a differenza dei tedeschi abbiamo pezzi di storia in cui riconoscerci dentro la Costituzione: il rifiuto del fascismo e l’idea di una repubblica sociale. Diciamo che un po’ di manutenzione non farebbe male”.