Enrico Cerchione

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L’eurodeputata Pina Picierno se n’è andata, dicendo che “la casa dei riformisti non c’è più”. Il Partito Democratico ha deciso che lo spazio per chi difendeva il riformismo concreto, l’atlantismo senza se e senza ma e una posizione non mainstream su Israele non è più previsto. Benvenuti nel nuovo Pd, che da oggi può tranquillamente chiamarsi Dp: Democrazia Proletaria. Stesso spirito, stessi nemici, stesso destino forse di un partito con grandi ragioni e ferree certezze (almeno secondo chi ci sta dentro) ma senza prospettive.

Elly Schlein ha risposto con la consueta indifferenza: “Sono molto dispiaciuta”. Poi ha subito aggiunto che la linea resta “chiara e progressista” e che il partito continuerà a essere “inclusivo”, in tutte le sue forme, immaginiamo, fuorché quella del dissenso, visto le donne (Madia e Gualmini) che hanno abbandonato il partito in pochi mesi. Picierno, con il sostegno fermo all’Ucraina e a Israele (pur con i suoi distinguo tra Stato e governo Netanyahu), è diventata un ingombro. Meglio farla uscire che il campo largo non deve avere spine nel fianco. E così il Pd seppellisce, con discrezione ma con metodo, il riformismo che negli anni di Renzi aveva portato il partito ai massimi storici e varato riforme ancora oggi citate in Europa e di cui beneficiamo come Jobs Act, Dopo di noi e unioni civili. Al suo posto arriva la versione aggiornata della vecchia sinistra radicale: più vicina al Movimento 5 Stelle, più incline alle piazze che alle aule istituzionali, più attenta a Gaza che al resto. Perché su Gaza, si sa, si possono mobilitare facilmente quelle masse social-media dipendenti e vittime di una selettiva empatia (cristiani nigeriani, giovani iraniani, Yazidi etc mai un post o una lacrima) grazie ai maghi indiscussi della comunicazione di Hamas e Iran, (aiutati da Cina e Russia). Non possiamo darle torto, ne approfittano testate giornalistiche e sedicenti esperti di mediocrità sul medioriente.