Pensare alle “sovèirchie de checòzze” e alle nonne nei vicoli significa disegnare una cartolina vivente di Bisceglie.
Questa, infatti, è un’immagine che appartiene alla memoria collettiva di questo comune della provincia di Barletta-Andria-Trani: le nonne sedute sull’uscio di casa - nei vicoli del centro storico o nei quartieri popolari - impegnate a pulire con pazienza le “sovèirchie de checòzze”, tra una chiacchiera e l’altra.
Una scena semplice che racchiude l’anima di una città affacciata sul mare Adriatico; che racconta di un prodotto della tradizione che appartiene alla memoria di una regione intera.
Viene chiamato “siverchio” o “sovèirchia“: un termine con cui a Bisceglie non s’intende altro che la cima della pianta di zucchina, conosciuta in altre zone anche come tallo o tenerume di zucchina, cioè la parte più tenera (“cucurbita pepo”), quella non ancora sviluppata.
Una risorsa che la cultura contadina ha imparato a valorizzare nei secoli, fedele a un principio semplice ma fondamentale: non sprecare nulla di ciò che la terra offre. Già nel 1576 il medico Giovanni Filippo Ingrassia citava i “tenerumi delle zucche” tra gli alimenti consigliati, mentre nel 1614 il viaggiatore e scrittore Giacomo Castelvetro descriveva l’utilizzo delle cime di zucca nella cucina italiana del tempo. Esistono diversi documenti storici monasteriali che testimoniano il consumo di zucchine e delle loro parti più tenere già tra il Seicento e il Settecento.







