Le immagini più difficili da dimenticare non sono sempre le più spettacolari. E talvolta coincidono con oggetti che appartengono alla consuetudine dello sguardo. Una bandiera, un numero, una mappa, un bersaglio. Figure così familiari da sembrare invisibili. Eppure basta che passino attraverso l’intelligenza di Jasper Johns, 96 anni, perché smettano di essere ciò che crediamo e diventino qualcos’altro: enigmi, domande o dispositivi percettivi. La grande retrospettiva “Jasper Johns: Night Driver”, al Guggenheim di Bilbao fino al 12 ottobre, restituisce l’ampiezza di una ricerca che attraversa oltre settant’anni di lavoro. E occupa un posto centrale nella storia dell’arte contemporanea. All’inizio del percorso compaiono due bersagli. Il primo, policromo, risale al 1961, mentre il secondo, in bianco e nero, al 1992. Immagini elementari, quasi infantili nella loro evidenza, ma capaci di trattenere lo sguardo più a lungo di molte composizioni complesse. Johns lavora proprio in questo spazio ambiguo tra riconoscimento e interrogazione. Viene da chiedersi allora se un bersaglio resta un bersaglio o se diventa invece pittura nel momento in cui viene sottratto alla propria funzione. Poco dopo appare la celebre bandiera americana - il motivo che tra il 1954 e il 1955 cambiò il panorama artistico statunitense - che lui ha raffigurato su uno sfondo arancione o con strisce nere e verdi su sfondo grigio con effetto ottico quasi immediato. «Mentre l’Espressionismo astratto continuava a identificare il quadro con la soggettività dell’artista, Johns sceglieva un’immagine come una bandiera, già esistente e nota a chiunque, ma non la raffigurava, la dipingeva», spiega il curatore della mostra, Enrique Juncosa. «La differenza può sembrare minima, ma da lì sarebbe emersa una nuova idea di immagine», aggiunge: «Da qui si aprirono percorsi che avrebbero influenzato la Pop Art, il Minimalismo e gran parte dell’arte concettuale successiva». Fondamentali, poi per Johns, furono le relazioni private e pubbliche. Accanto lui agivano Robert Rauschenberg, suo compagno di vita e interlocutore decisivo, il compositore John Cage e il coreografo Merce Cunningham. Tutti e tre ricordati a Bilbao in diverse foto e in un video, ma fondamentale fu l’influenza di Edvard Munch e l’incontro con Marcel Duchamp da cui nacque la sua attenzione per oggetti ordinari e segni condivisi, come dimostrano le opere “Fool’s House” e “Souvenir”. Tutti gli altri – i numeri, gli alfabeti, le mappe e i simboli (iconica la sua “Pittura con due palle”) - diventarono per lui materia artistica senza perdere la propria identità originaria, come dimostrano le opere della serie “Catenary”. La sua non è un’arte che cerca effetti speciali, procede per scarti minimi e variazioni quasi impercettibili. Uscendo dalle sale del Guggenheim resta quella sensazione che proprio una bandiera, un numero o un bersaglio possano contenere più mistero di molte immagini nate per stupire. Talvolta, la vera originalità consiste nel guardare meglio ciò che abbiamo sotto gli occhi.