Ieri mattina Alberto Stasi ha dato l'addio al carcere: intorno alle 11 è uscito per l'ultima volta dalla casa circondariale di Bollate dove era entrato il 12 dicembre 2015, quando era diventata definitiva la condanna a 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi, la sua fidanzata uccisa in casa a Garlasco la mattina del 13 agosto 2007. A dargli l’addio a Bollate sabato 13 giugno c’erano più di trecento persone, tra detenuti e personale. Poi il pranzo a casa della madre, Elisabetta Ligabò.
Il Tribunale Sorveglianza: assenza di profili di pericolosità
La semilibertà di Stasi, per i giudici, ha "di fatto, confermato l'assenza di profili di pericolosità" e consentito un percorso culminato nell'affidamento in prova ai servizi sociali. Lo scrive il Tribunale di Sorveglianza di Milano nelle motivazioni del provvedimento che ha portato alla scarcerazione del 41enne condannato in via definitiva a 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi. Secondo i giudici, durante la semilibertà "non sono emersi elementi tali da inficiare il percorso di reinserimento sociale". Stasi ha proseguito "senza sbavature" la misura alternativa concessagli, "proseguendo con serenità l'espiazione della pena" e dimostrando di averla accettata. Il suo percorso, si legge ancora, è stato caratterizzato da una "assoluta adesione alle regole" e da una condotta "ineccepibile sia in carcere che durante la misura alternativa della semilibertà", tanto da ottenere sempre la liberazione anticipata. Inoltre "continua ad adempiere alle obbligazioni civili verso la parte civile". Ampio spazio nelle motivazioni è dedicato anche agli ultimi mesi, segnati dalla riapertura delle indagini sul delitto di Garlasco e dalla conseguente esposizione mediatica. In questo contesto, secondo il Tribunale, Stasi ha mantenuto un "profilo basso", ha evitato "ulteriori interviste" e ha mostrato "una evidente lucidità anche rispetto ai possibili sviluppi futuri".










