di Anna Fregonara
Come funziona il «biohacking»? I consigli degli esperti su cosa si può fare senza che la rincorsa alla longevità diventi follia (come quella dell’imprenditore Bryan Johnson, fondatore di un movimento che si chiama Don’t Die)
La cultura del benessere sembra essere diventata oggi il principio organizzativo centrale delle nostre vite, un ruolo che un tempo spettava forse più propriamente alla religione. La cura del corpo, l’ossessione per la salute, la misurazione tecnologica costante dei parametri biologici tramite anelli, smartwatch o sensori glicemici rispondono all’idea che raccogliere sempre più dati su di sé possa condurre, quasi per automatismo, a una forma di “perfezione personale”.
Tutto concorre a costruire una nuova liturgia secolare, definita biohacking. È un concetto che si è fatto spazio negli ultimi dieci anni, nella convinzione che potenziare le capacità del corpo umano sia possibile. Da allora il biohacking è passato dalla sperimentazione personale radicale ai palchi TED fino ai prodotti di uso quotidiano. L’idea di fondo è di “hackerare” il proprio stile di vita per aumentare le prestazioni mentali e fisiche, migliorare la produttività, mantenere la mente lucida e ridurre al minimo i cali di rendimento. In una parola sola: ottimizzazione.








