«Può una comunità non avere alcuna forma di controllo sui propri ospiti? Si tratta di minori affidati a strutture che dovrebbero essere centri di protezione, una sorta di famiglia nella famiglia, eppure non è chiaro come possa non esserci consapevolezza su chi entri e chi esca. E soprattutto: come può un’assistente sociale avere il potere di incidere in modo così profondo sulla vita di due bambine?». Ancora una volta i servizi sociali sotto accusa, un po’ come è accaduto per la “famiglia nel bosco”, anche se stavolta ci sono di mezzo due bambine scomparse nel nulla. L’avvocato Enrico Mastantuono, uno dei tre legali di Valentina D’Acunto, madre di Alisya e Sarah Di Giacinto, ricostruisce la vicenda.

Quando è avvenuto l’ultimo contatto tra la madre e le figlie? «Il venerdì precedente alla scomparsa c’è stata una telefonata autorizzata, come avveniva ogni settimana».Le bambine erano serene? «Sì, erano tranquille. Ciò che non torna è altro: se anche il padre ha dichiarato di aver avuto contatti sereni con loro, allora cosa è accaduto dopo e perché? Ho un pensiero fisso che non mi lascia, e lo dico anche da padre: come può una casa famiglia non avere un controllo effettivo sui minori ospitati?».Come avete appreso della scomparsa delle bambine? «Erano circa le 12.45 di domenica. Era una giornata come le altre, dopo una serata trascorsa serenamente in famiglia. Sono stato avvertito dai carabinieri: in quel momento mi si è fermata la vita. Sono corso dalla madre, l’ho accompagnata in caserma. Lì ci è stato comunicato formalmente che le ragazze erano sparite. Abbiamo immediatamente presentato querela per sottrazione di minori. Il padre è stato l’unico ad essere contattato dai servizi sociali, intorno alle 15».Il 28 maggio il tribunale di Cassino aveva disposto la decadenza della responsabilità genitoriale della madre. «C’era una sentenza da rispettare, ma che andava impugnata. L’ultima relazione dei servizi sociali, datata 11 febbraio, descrive una madre accudente. La mia opinione, della quale mi assumo la responsabilità, è che abbia inciso il fatto che Valentina non si sia mai adeguata alle indicazioni dei servizi sociali. Questo potrebbe aver influito sulla decisione del tribunale. L’assistente sociale la descrive come manipolativa. Il padre sosteneva che la madre gli impedisse di vedere le figlie, mentre la madre affermava che fossero le bambine a non voler incontrare il padre».Cosa potrebbe aver inciso sull’allontanamento delle bambine? «Spero che non paghino le conseguenze di una conflittualità tra genitori. Ma non voglio attribuire tutte le responsabilità alla famiglia. Queste bambine potrebbero aver subito le conseguenze di decisioni prese da un sistema che ha inciso profondamente sulle loro vite. L’idea è che si sia voluto interrompere il legame tra le bambine e la madre. Il padre, in difficoltà per incontri protetti svolti in una scuola di Rieti al freddo, aveva anche contattato i carabinieri. Successivamente gli incontri si erano interrotti. Si sono verificati diversi elementi che hanno esasperato la situazione».Resta il fatto che qualcuno non ha vigilato. «Si è creato un vuoto nella catena di controllo. Il Comune di Minturno ha destinato circa 210 mila euro alle case famiglia quest’anno. Esiste un organo che verifichi realmente queste strutture? Non può essere il sindaco a farlo, ma i servizi sociali. Qualcuno dovrà chiarire se l’assistente sociale abbia esercitato un potere che ha inciso in modo determinante sulla vita di queste bambine. Mi auguro di non dover leggere un certificato che confermi una tragedia avallata da queste decisioni».Confida ancora in un esito positivo? «Vorrei dire di sì, ma mentirei. Conosco bene quelle montagne, quel lago: non restituiscono. Sono passati sette giorni. Se fossero vive avrebbero mandato un segnale. So che ci sono i sommozzatori, aspettiamo».