di

Flavio Vanetti

Il tecnico di New York è la dimostrazione di come pazienza e costanza alla fine paghino

Alla fine ce l’ha fatta a vincere. Da solo, da head coach e non più come vice di un «capo». Mike Brown, l’allenatore che ha riportato a New York il titolo Nba 53 anni dopo l’ultima – avendo aggiunto in una stagione da en plein la Nba Cup conquistata lo scorso dicembre, sempre contro i San Antonio Spurs –, è la dimostrazione di come pazienza e costanza alla fine paghino. Anche contro i luoghi comuni. Per lui ce n’era uno in particolare: buon diavolo e anche buon tecnico, ma non un fenomeno. Chissà se questo successo, che comunque va abbinato ai 4 titoli vissuti da vicario, il primo con San Antonio (2003) gli altri con i Golden State Warriors (2017, 2018, 2022), basterà a fargli fare un balzo in avanti definitivo nell’opinione comune, ma di sicuro Brown ha spiegato che il suo metodo basato sull’organizzazione ferrea può fare scopa.

«Soprattutto hanno vinto la sua capacità di farsi volere bene – è successo ovunque abbia allenato, anche se poi magari l’hanno esonerato – e la sua pacatezza. Non a caso, da vice, gli facevano seguire i giocatori più problematici. Mi viene in mente la persona tranquilla impersonata da Gregory Peck nel film "L’uomo dal vestito grigio”. Ecco, Mike è un po’ così».Chi parla è Ettore Messina, che in queste finali ha avuto il cuore diviso e combattuto. Da un lato non poteva non tifare per gli Spurs, sulla cui panchina è rimasto per cinque anni a fianco di Gregg Popovich, ma sull’altro si imbatteva appunto in Brown, colui che nell’annata 2011-2012 lo chiamò come assistente ai Lakers. E quello per il president of basketball operations dell’Olimpia Milano, nonché suo ex allenatore, è stato il vero ingresso nel mondo professionistico, la chiusura di un cerchio disegnato nelle Summer League. «Fu in una di queste che mi avvicinai a Mike, all’epoca a Cleveland. Io allenavo il CSKA Mosca, Danny Ferry, ex Messaggero Roma, era nei Cavs. Mi chiese se avessi tempo e voglia di partecipare alla lega estiva, perché Brown desiderava "contaminarsi" con idee e concetti del basket europeo. Lo conobbi in quell’occasione e siamo diventati amici: venne ai ritiri estivi del mio CSKA e vide anche delle amichevoli. E nel 2011 mi offrì di affiancarlo ai Lakers come consulente senior».