A un certo punto sembrava un pezzo da museo, il buon Mike Brown, cacciato con ignominia all'alba della stagione 2012/13 dai Los Angeles Lakers che, figurine alla mano, avrebbero dovuto dominare l'Nba: «Non solo ci aspettiamo che vincano il titolo, ma che lo facciano all'insegna dei record», era stata la previsione di Espn sulla squadra che aveva visto l'aggiunta di Steve Nash e Dwight Howard ai vari Kobe Bryant e Pau Gasol. Finì, con Mike D'Antoni alla guida, in un disastro epocale.
Un anno più tardi, fuori dai playoff con i Cleveland Cavaliers, Brown aveva visto stracciato il suo contratto quinquennale con la franchigia che solamente qualche anno prima aveva condotto fino alle Finals Nba, trascinato da uno straripante LeBron James, padrone di un roster ricco di uomini di contorno e poco altro.
Superare LeBron, Curry e Durant: l’Nba è ancora alla ricerca del suo volto del futuro
Nel momento più difficile, Brown ha scelto di fare un passo indietro. E la sua rincorsa verso una nuova finale Nba da capo allenatore è cominciata nell'estate del 2016, con la decisione di mettersi al servizio di Steve Kerr: i Golden State Warriors avevano bisogno di qualcosa di nuovo per togliersi dalla testa la sconfitta clamorosa nelle finali contro i Cavs. Da vice, Brown vinse tre titoli (2017, 2018 e 2022) sfiorandone un altro, guadagnandosi così la possibilità di tornare sulla cartina geografica delle panchine Nba.












