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Rien ne va plus. Ma non per la Francia. Nei salotti giusti di Parigi, nelle logge più influenti e nei grandi studi legali circola una domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata inconcepibile: e se questa volta «les Italiens», con il risiko bancario destinato a incidere sulla governance di Generali, avessero deciso di fare davvero «sistema» alla francese? Non è certo un caso infatti l’annuncio proprio ieri del prossimo bilaterale tra Meloni e Macron.

Per oltre trent’anni la Francia ha esercitato in Italia un’influenza ben superiore al peso dei suoi investimenti, anche grazie a una lobby politica che opera anche attraverso i discreti canali della propria intelligence e che non ha mai trovato un equivalente italiano oltre le Alpi. Poco ha inciso, sotto questo profilo, il cosiddetto Patto del Quirinale del 2021, tanto caro al Presidente Mattarella e ad alcuni protagonisti della vita politica italiana, da Mario Draghi a Enrico Letta fino al «quirinalizio» Paolo Gentiloni. Generali è stata probabilmente l’emblema di questa stagione. Con Philippe Donnet, ormai avviato verso l’uscita, cala il sipario sulla lunga parentesi francese del Leone: aperta da Antoine Bernheim, storico dominus di Lazard e soprannominato «le parrain» della finanza parigina, e chiusa appunto da Donnet, un manager proveniente da una dinastia legata al rovere francese, tra querceti, vigneti e legname destinato alle barrique. Dai salotti di Place Vendôme alle querce dei grandi château, Generali è rimasta a lungo più vicina a Parigi e Bordeaux che all’Adriatico.