«In Italia gestiamo 170 miliardi di risparmi e investimenti dei clienti e abbiamo quasi 42 miliardi in Btp. Siamo una compagnia assicurativa, ma anche uno dei principali sostenitori della stabilità e della crescita», spiega Giancarlo Fancel. L’uomo che ha in mano le chiavi di una delle principali casseforti del Paese, country manager e ceo di Generali Italia, è consapevole «della responsabilità sociale ed economica» in un momento di grande trasformazione. Fancel, una carriera nel Leone, oggi riunisce per la prima volta insieme oltre 10 mila agenti del Leone e Cattolica in un’unica convention. Il risiko c’è, impossibile far finta di niente: a infiammare la Borsa è l’offerta di Intesa per Mps, con Trieste sullo sfondo. «Ma questo è un tema che riguarda il gruppo. Io dirigo la business unit Italia e il mio compito è concentrarmi su questa realtà», dice.

Ma se l’operazione di Ca’ de Sass andasse in porto, che cosa cambierebbe?«Dal mio osservatorio posso confermare che Generali è il leader del mercato in Italia e resta pienamente focalizzata sull’attuazione del piano strategico, che sta producendo ottimi risultati, sulla crescita industriale e sulla creazione di valore sostenibile nel lungo periodo. Continuiamo a essere concentrati sui bisogni emergenti dei clienti in ambito salute, previdenza e protezione e sullo sviluppo di modelli innovativi per coprire i rischi naturali. È su queste priorità che continuiamo a lavorare con determinazione, nell’interesse di tutti i nostri stakeholder». I pilastri della convention, che segna il nuovo posizionamento del Generali Insurance Partner, sono quattro: longevità, welfare, patrimoni e climate change. Partiamo dagli eventi naturali: come state affrontando un clima che cambia e modifica anche la natura del rischio?«È un trend ormai evidente da qualche anno. Ricordo che dal 2023, quando ci fu quella terribile stagione di eventi estremi, abbiamo pagato 1,3 miliardi di euro di danni per catastrofi naturali, con oltre 230 mila sinistri. È stata però anche una prova importante per la nostra macchina organizzativa sul territorio, che ha funzionato molto bene consentendo di aiutare oltre 30 mila imprese e 170 mila famiglie. Poi c’è stato il lavoro con Ania e con le istituzioni sull’introduzione dell’obbligatorietà dell’assicurazione per le imprese. Noi, come le altre compagnie, ci siamo mossi in questa direzione. Ma il livello di copertura è ancora basso, e lo stesso vale per la sensibilità sul tema. Questo è evidente soprattutto quando parliamo di microimprese, di commercio al dettaglio, di piccole attività artigiane. C’è un grande tema culturale su cui occorre continuare a investire». Un altro tema che richiederà anni è quello della sanità. Gli italiani hanno una spesa “out of pocket” di oltre 40 miliardi l’anno. Voi oggi coprite già il 20% del mercato della salute e il 50% della long term care. Quanto potete crescere in questo ambito e quanto potete colmare gli spazi che il pubblico, anche per ragioni di debito, lascia scoperti?«Non vogliamo sostituirci al settore pubblico, bensì muoverci in un’ottica di collaborazione. Sta funzionando, ma manca ancora un circolo virtuoso più profondo e strutturato. Come Generali abbiamo 1,8 milioni di assistiti; gestiamo 4,5 milioni di prestazioni all’anno e abbiamo un network sanitario di 14 mila strutture convenzionate in tutta Italia».