La pace si firma via cavo. Niente cerimonia, niente strette di mano: il premier pachistano Shehbaz Sharif, il mediatore, annuncia sabato l’intesa «entro 24 ore», a distanza. Poche ore dopo il portavoce della diplomazia iraniana Esmaeil Baghaei lo corregge: la delegazione non andrà né in Pakistan né a Ginevra, salvo poi non escludere che accada «nei prossimi giorni». In serata interviene Trump, su Truth: l’accordo è previsto per oggi, e subito dopo «lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti». I pasdaran negano e criticano l’«insolita insistenza» di Washington. Un alto, e cauto, funzionario americano dà la sigla all’80-85%.Il documento elettronico sarà un memorandum d’intesa, non un trattato. Estende di 60 giorni la tregua e rinvia a negoziati tecnici tutto ciò che conta: riapertura dello Stretto, smantellamento del nucleare, consegna del materiale arricchito, ispezioni. Il funzionario di cui sopra ha ammesso che il memorandum «porta a» quei risultati senza imporli subito. L’uranio altamente arricchito, circa mezza tonnellata al 60%, a un passo tecnico dall’arma, «verrebbe distrutto sul posto e poi portato fuori dal Paese». Ma i dettagli «sono ncora da capire». Si firma un impegno, non un risultato: prima Teheran consegna, poi incassa.PROTEGGERE L’ARMAC’è un problema in più, e lo ha rivelato la Cnn. Nelle ultime settimane l’Iran ha fatto crollare deliberatamente i tunnel del complesso sotterraneo di Isfahan e ne ha minato gli ingressi: lo hanno riferito cinque fonti dell’intelligence americana.Arrivare all’uranio è ora più difficile e pericoloso di un mese fa, quando Trump valutava un blitz di terra per impossessarsene. È così che Teheran potrà dichiarare di non essere riuscita a recuperare parte del materiale. Il presidente Usa non è preoccupato: «Al momento opportuno, quando tutto sarà calmo, entreremo e recupereremo la polvere nucleare sepolta sotto le montagne di granito, grazie ai nostri splendidi bombardieri B-2». L’uranio, ha aggiunto, sarà diluito e distrutto.Teheran arriva alla firma divisa: sui media gli ultraconservatori parlano di ritirata, di resa mascherata. Il sito Raja News, contrario al negoziato, accusa lo speaker Ghalibaf: «Che razza di trattative di successo sono queste? Il debitore è stato trasformato in creditore». Il nodo sono gli asset iraniani congelati, decine di miliardi depositati in mezzo mondo, dalla Corea del Sud all’Iraq, che Washington valuta di girare agli alleati del Golfo come risarcimento. Il vice ministro Gharibabadi grida all’«insolenza»: i beni dell’Iran non sono bottino di guerra. Trump taglia corto: a differenza di Obama, che versò agli ayatollah anche 1,7 miliardi di dollari in contanti, «non ci sarà alcuno scambio di denaro». I 24 miliardi che il regime reclama indietro, ha calcolato la tv dei dissidenti Iran International, sono quanto la sua cerchia sperpera in un paio di mesi mentre la popolazione è allo stremo.LA CRISI ECONOMICATra conti congelati, bancomat spenti, applicazioni in tilt, altre otto banche sono a rischio. A fine 2025 è stata sciolta la Ayandeh Bank, una delle maggiori, e la Banca centrale si è portata dietro 5,1 miliardi di dollari di perdite. Le esportazioni di greggio sono crollate dell'89% in due mesi, da 1,9 milioni di barili al giorno a meno di 100mila.E poi c’è Khamenei da seppellire. Gli ayatollah hanno annunciato i funerali del leader ucciso il 28 febbraio nel primo raid israelo-statunitense: dal 4 al 9 luglio, da Teheran a Mashhad, al santuario dell’Imam Reza. La sepoltura, prevista a marzo e rinviata a causa del conflitto, cade in pieno Muharram, il mese del lutto sciita.Il regime ha già il copione: convocare folle imponenti dallo zoccolo duro, il 10-15% della popolazione; far riecheggiare la propaganda della “vittoria” da Teheran alle capitali europee; blindare la successione di Mojtaba, “il principe ombra”, camuffando il passaggio dinastico da onda di dolore nazionale. Un’incoronazione travestita da esequie.I dubbi sul memorandum, però, pesano. A quanto si sa, il programma missilistico iraniano è fuori dal tavolo. Niente si sa sulla fine che toccherà ai proxy di Teheran. E un sollievo anche solo temporaneo dalle sanzioni, i 60 giorni di tregua, rischia di concedere tempo al regime, con uno Stretto comunque conteso per gli armatori e meno leva negoziale a Washington. La Foundation for Defense of Democracies ha messo in guardia da una scorciatoia: trattare Teheran come Caracas. La Repubblica islamica è corrotti come i narcocapitalisti venezuelani, ma combatte una guerra di religione. Da domani il dossier passa a Èvian, dove si apre il G7. Trump vedrà Macron e, separatamente, i leader di Qatar, Emirati, Egitto e India. All’ordine del giorno, lo sminamento di Hormuz, che Londra, Parigi e Roma si sono già offerte di bonificare, a guerra sospesa. Il tycoon, intanto, ha ottenuto in pochi mesi ciò che quarantacinque anni di diplomazia americana non avevano saputo: la cupola militare del regime è decimata, l’economia è a pezzi, l’Iran non è mai stato così isolato. Un paio d’anni fa montava droni nel cortile di casa degli americani, in Venezuela. Ora fa crollare i tunnel sopra il proprio uranio.