La notizia ha fatto il giro del mondo: Giuseppe Cipriani ha chiesto 250 milioni di dollari di risarcimento al Fatto Quotidiano e alla Rai. E non lo ha fatto per diffamazione ma per aver orchestrato una “campagna denigratoria deliberata, condotta con indifferenza temeraria, costruita per massimizzare scandalo, indignazione, viralità e distruzione reputazionale”. Quale il motivo? La risposta è semplice: evitare di incappare nella protezione offerta dallo Speech Act americano, una legge federale che impedisce ai tribunali Usa di riconoscere ed eseguire sentenze straniere per diffamazione se queste non garantiscono gli stessi standard di libertà di espressione previsti dal Primo Emendamento, e cioè il freedom of speech. Una sentenza ottenuta in Italia per diffamazione difficilmente sarebbe esecutiva in America, dove la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa.

Ecco allora il cavillo legale: la causa riguarda i danni commerciali, non la reputazione personale. Le accuse formalizzate sono tre:

– Tortious interference with Plaintiff’s prospective business relations (interferenza illecita con i rapporti commerciali futuri);

– Injurious falsehood/trade libel (falsa rappresentazione dannosa / denigrazione commerciale);