Roma, 14 giugno 2026 – La posta in gioco economica dello Stretto di Hormuz non è solo il prezzo del Brent nelle prossime sedute. È il modo in cui il mercato mondiale dell’energia uscirà dalla più grave strozzatura degli ultimi decenni: con il ritorno alla piena libertà di transito o con la nascita di un pedaggio iraniano su una delle arterie vitali della globalizzazione. L’accordo evocato in queste ore resta fragile: il ministro degli Esteri iraniano ha detto che l’intesa provvisoria includerebbe la riapertura dello Stretto, ma ha anche precisato che il passaggio sicuro avverrà sotto sovranità iraniano-omanita. Dal fronte di Donald Trump sembra che, invece, non ci dovrebbero essere pedaggi. Ma vediamo i due scenari. Il primo scenario, la riapertura “secca”, è quello che i mercati vogliono: transito senza pedaggi, liste di autorizzazione e ambiguità militari. Sarebbe un disinnesco immediato del premio geopolitico incorporato in petrolio, gas liquefatto, noli e assicurazioni marittime. Prima della crisi, da Hormuz passava circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e Gnl; il briefing della House of Commons ricorda che il traffico prebellico era di circa 3.000 navi al mese, mentre dopo il conflitto le navi cariche di greggio si sono ridotte del 95% e quelle di Gnl del 99%.
Stretto di Hormuz, il costo del pedaggio. Gli Usa: “Sarà aperto a tutti”. L’Iran: le navi dovranno pagare”
Teheran potrebbe incassare tra i 7 e i 14 miliardi l’anno dal “contributo”. L’esborso maggiore per i Paesi del Golfo. Il rischio di creare un precedente







