Sorta un paio d’anni fa e approdata a oltre venti titoli, la collana «Oilà» dell’Electa si propone di passare in rassegna, con una serie di agili biografie di taglio antiaccademico, alcuni ritratti di donne che, attraverso discipline differenti, si sono contraddistinte in ambito novecentesco. Hanno visto la luce finora profili dedicati a figure molto dissimili tra loro, come quelle di Florine Stettheimer, Niki de Saint Phalle, Amelia Rosselli, Irene Brin, Goliarda Sapienza, Lisetta Carmi e altre. È ora la volta di Anita Pittoni, investigata da Gioia Battista in …e vivere, dopo tanto, come volevo (pp. 96, € 12,00) che prende in considerazione una delle figure più interessanti e rimosse dell’intellighenzia triestina.
Artigiana, imprenditrice, scrittrice, poetessa, editrice, animatrice culturale, Anita Pittoni si impone all’attenzione del lettore più avveduto per la sua produzione variegata, contrassegnata dalla creazione delle Edizioni dello Zibaldone. In tale contesto uscirono, impreziositi da un elegante aspetto grafico, testi fondamentali di Saba, Giotti, Svevo, Giani Stuparich e altri autori giuliani. La sede, sita a Trieste al n. 1 della centralissima via Cassa di Risparmio, a due passi dalla Borsa, altro non era che l’abitazione della stessa Pittoni; qui si svolgevano i celebri incontri letterari – dapprima al sabato, poi al martedì – aperti a letterati e artisti autoctoni. Tra il 1949 e il 1971 uscirono oltre trenta libretti, più sette numeri della collanina «L’Armonica» (fascicoletti rilegati appunto «ad armonica», come si usava sotto la dominazione austriaca), tra cui quello dedicato da lei stessa alla «città» di Bobi Bazlen. Le tirature variavano a seconda dell’importanza dei titoli, passando da 350 a 700 copie.











