C’è un’immagine che ha attraversato l’Italia e che difficilmente dimenticheremo: un padre disteso sull’asfalto accanto al corpo senza vita della figlia. Una scena che va oltre la cronaca e interroga ciascuno di noi. Non passa giorno, purtroppo, senza una nuova notizia di una vita spezzata a causa di un incidente stradale, in queste ore anche a Napoli con il 60enne Sossio D’Ambra travolto e ucciso sul lungomare. Come rispondiamo allora a questo stillicidio continuo di notizie drammatiche? Ne parliamo con Francesco Vaia, già direttore generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute e oggi Componente vicario dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità.

«È un’immagine che arriva allo stomaco come un pugno. L’ho definita una nuova Pietà. Perché dentro quel dolore non c’è soltanto un padre che perde una figlia: c’è una comunità che dovrebbe fermarsi a riflettere. Sara aveva 17 anni, una vita davanti. Sossio invece stava camminando sul lungomare e la sua vita è stata spezzata all’istante. Queste tragedie impongono una riflessione che va oltre il singolo episodio e chiama in causa le responsabilità individuali e collettive dietro troppe morti evitabili. Al di la dei comportamenti che vorremmo sempre virtuosi di ciascuno di noi abbiamo bisogno di azioni di sistema, da parte di chi ha responsabilità, che diano una risposta efficace a questa vera emergenza del Paese».Napoli, il video del pedone di 60 anni investito e ucciso in via CaraccioloIl suo punto di partenza è netto: salute e sicurezza sono un binomio inscindibile. «Quando parliamo di prevenzione non possiamo limitarci alle malattie. Dobbiamo includere tutto ciò che genera fragilità e sofferenza evitabile. Alcune disabilità non si possono prevenire, ma molte altre possono essere limitate, ritardate o evitate. È su questo che dobbiamo concentrare sempre di più l’impegno del Paese». La prevenzione oggi passa anche attraverso scienza e innovazione. «Abbiamo strumenti che fino a pochi anni fa erano impensabili. Genomica, medicina personalizzata, medicina di precisione e intelligenza artificiale consentono di individuare precocemente fattori di rischio che in passato emergevano quando il danno era già avvenuto. Questo significa migliorare la qualità della vita, limitare l’insorgenza di patologie e ridurre il rischio di condizioni che possono portare alla disabilità». Ma la prevenzione riguarda anche la quotidianità. «Gli incidenti domestici restano una causa importante di traumi e disabilità, soprattutto tra le persone anziane. Cadute e infortuni sono spesso evitabili. Per questo dobbiamo investire nella domotica, nelle tecnologie assistive e in ambienti di vita più sicuri. La tecnologia non serve soltanto ad assistere, ma anche a prevenire».Poi c’è la strada. Secondo i dati Istat, ogni anno in Italia si registrano oltre 173mila incidenti con lesioni, più di 3mila morti e oltre 230mila feriti. «Non sono numeri. Sono vite spezzate, famiglie distrutte, progetti interrotti. Troppo spesso lasciano in eredità disabilità permanenti che cambiano per sempre la vita delle persone e dei loro familiari. Non possiamo considerare tutto questo inevitabile. Sulle nostre strade si consuma una guerra silenziosa». Incidente a via Caracciolo, parla una testimone: «Mi hanno fermato prima che andassi lì, poteva andare diversamente»Il tema diventa quello della responsabilità. «Siamo davvero sicuri che limitare l’uso del cellulare alla guida significhi limitare una libertà personale? Oppure significa salvare vite umane? La libertà non può mai trasformarsi nel diritto di mettere a rischio la vita degli altri. Le regole esistono e devono essere applicate con rigore. È una questione di responsabilità e tutela della vita». La prevenzione non riguarda soltanto i comportamenti a rischio. «L’invecchiamento attivo non comincia a 65 anni, ma molto prima: dall’allattamento al seno, dagli stili di vita corretti, dall’attività fisica, dall’educazione alla salute. Serve un vero calendario della salute che accompagni la persona lungo tutto il corso della vita. La prevenzione è una cultura. Abbiamo bisogno di un welfare sociosanitario sempre più generativo, capace non soltanto di intervenire quando emerge un bisogno, ma di accompagnare le persone lungo tutto il corso della vita. Un welfare che riconosca nelle politiche sociali l’architrave di una società più giusta, inclusiva, moderna ed equa. Perché la salute non si costruisce soltanto nei tradizionali luoghi della cura, ma anche nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità, nei luoghi di lavoro e in tutti quei contesti che contribuiscono a prevenire fragilità e disuguaglianze. Proteggere le persone lungo tutto il corso della vita significa migliorare la qualità della vita dei cittadini, favorire autonomia e contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario e sociale». E allora si torna a quell’immagine.«Non è solo cronaca. È una domanda collettiva. Ci chiede che società vogliamo essere: una società che subisce le tragedie quando accadono o una società che sceglie di prevenirle, investendo nella sicurezza, nella salute, nel welfare e nella responsabilità collettiva».