Si chiamava Bénédicte Vincens ed era una fotografa amatoriale. Per sbarcare il lunario lavorava come custode al Centre Pompidou di Parigi dopo aver lavorato all’accoglienza del Musée d’Orsay. Viveva in un piccolo monolocale di 15-20 metri quadri al quarto piano, come tanti giovani single a Parigi, dall’invidiabile collocazione: l’isola Saint-Louis, lato ponte Saint-Louis, da dove si gode la vista del lato più bello della cattedrale di Notre-Dame, ovvero il retro. All’una di notte del 26 febbraio 2000 si reca all’ospedale dell’Hôtel-Dieu per mal di pancia, nausea e paura di essere incinta. Il dottore di turno gli prescrive un test di gravidanza e uno Xanax. Rincasa e un’ora dopo divampano le fiamme nel monolocale, forse scatenate dalla stessa inquilina in un raptus o in un atto premeditato. Bénédicte scende le scale di corsa, in mutande e reggiseno, allerta i vicini che chiamano i pompieri e le danno dei vestiti: un paio di jeans neri, un maglione blu marino, una coperta sulle spalle. Resta a piedi nudi perché le scarpe le stanno strette.

Bénédicte ha 27 anni e da qui se ne perdono le tracce. Come scomparire nel nulla, volatilizzarsi nel pieno centro di Parigi? Tante le congetture sulle sue ultime ore. Un vicino l’ha vista scendere ma le due camionette dei pompieri e della polizia che sbarrano la strada non l’hanno vista. Chi l’ha intravista illesa, mentre piangeva fuori dall’immobile; chi l’ha vista entrare in un altro palazzo anche se non conosceva il digicode; chi l’ha vista dirigersi verso la Senna. Si diffondono strane voci degne di una scenografia di Lynch: Bénédicte, sostiene un’amica, credeva che qualcuno avesse le chiavi di casa e vi s’introducesse di soppiatto in sua assenza, spostando alcuni oggetti. Unica traccia: la coperta che indossava quella notte, ritrovata sul cofano di una macchina. Se l’ipotesi del suicidio è la più logica, i sommozzatori della polizia esplorano il letto del fiume invano.