A Parigi, tra il primo e il secondo arrondissement, vicinissima a Place des Victoires, alla Gallerie Vivienne e alla Bourse de Commerce - nonché poco distante dal Palais Royal e dal Louvre - c’è una piccola via, alquanto anonima, ma a suo modo autentica. Rue de la Vrillière è così e compare all’improvviso tra palazzoni di vetro e negozi di abbigliamento. Arriviamo al numero 8 dove una targa in marmo ci informa che lì dipinse e abitò dal 1960 al 1996 l’artista italo-argentina Leonor Fini, praticamente un anno dopo essersi trasferita definitivamente nella capitale francese fino alla sua morte, avvenuta il 18 gennaio del 1996, proprio in quella abitazione.

Riusciamo ad entrarci due giorni prima della sua definitiva chiusura, nel momento in cui Milano dedica all’universo visionario e ribelle di quell’artista italo-argentina (nacque a Trieste nel 1907) la mostra a Palazzo Reale – Io sono Leonor Fini .

Ci siamo chiesti come mai quell’appartamento non possa essere stato trasformato in una casa/museo, ma nessuno ci ha dato risposta. «Probabilmente, è meglio ricordarlo vivo e pieno di energie come quando lo abitava lei», ci risponde prontamente Arlette Souhami, gallerista ed intima amica della Fini negli ultimi anni della sua intensa e mai banale vita. Saliamo con lei la lunga scala a chiocciola (l’ascensore non c’è) che ci porta all’ultimo piano, davanti una piccola porta bianca che si apre su una cucina piena di pentole, piatti, bicchieri, tazze, quadri e sculture - in particolar modo di gatti, «il suo amore e la sua ossessione», precisa la gallerista – e, ancora, contenitori colorati, qualche sua opera e altri dipinti. Un’altra scala ci porta al primo piano tra librerie, stanze da letto e un terrazzo – cosa non certo comune qui a Parigi, in particolar modo in questa zona – protetto da una rete per non far entrare piccioni ed altri ospiti indesiderati. Stanza dopo stanza, arriviamo nel grande salone centrale che era poi il suo studio con altre tele e quadri, finiti o lasciati a metà, fotografie in bianco e nero o a colori ben custodite in raccolte o lasciate su grandi tavoli insieme a disegni, altre foto e colori. Sono centinaia quelli che vediamo in un cassetto «lasciato volutamente aperto e sempre pronto all’uso», tra tempere, pastelli, matite e cere. «Ci vedevamo due o tre volte a settimana – continua Souhami - ma ogni giorno mi telefonava alle sette del mattino, la prima delle tante telefonate che mi faceva. Venivo qui sempre dopo le quattro, perché prima riposava, e mi sedevo su questa comoda poltrona in vimini come sto facendo adesso. All’inizio la osservavo e restavo volutamente in silenzio, ascoltandola parlare, proprio come ho fatto la prima volta che la incontrai negli anni ’80. Poco alla volta iniziai a parlare sempre di più e a diventare la sua più grande confidente. Aveva un carattere non certo facile e quando si arrabbiava le liti erano violente, ma le sue sfuriate duravano poco».