Sui nostri silenzi, i nostri genuini sensi di colpa, i nostri ipocriti equilibrismi siamo giunti ben oltre il baratro: un popolo decimato, deprivato delle minime condizioni di umanità, annientato. Davanti e sotto gli occhi di un Occidente impotente, se non complice.Costretto, nel dibattito intellettuale, a oziosi minuetti lessicali per edulcorare l’evidenza. E schivare l’immancabile sospetto di antisemitismo.I fatti: i palestinesi di Gaza, come documentiamo nelle pagine che seguono, sono tenuti alla catena della sete. In Cisgiordania, come vi abbiamo raccontato più volte, l’aver deviato il corso delle condotte irrigue ha desertificato la terra rendendola improduttiva. Ha spopolato i villaggi, affamandoli.La determinazione con cui prosegue una guerra di occupazione passa per la scelta di centellinare l’acqua per bere, lavarsi, smaltire i liquami di fogne improvvisate nell’enclave ristretta della Striscia. Lasciare che i roditori compiano scorribande notturne sui corpi dei bambini.Così come impedire di irrigare gli orti di un’economia di sussistenza in West Bank, equivale a impiegare un’arma di distruzione di massa.Capace di colpire indiscriminatamente innocenti e indifesi. Non vittime collaterali di sbrigativi bombardamenti mirati a eliminare gli odiati terroristi, come pure è accaduto, ma esposte quotidianamente a patire le conseguenze di un assedio primordiale in cui si gioca con i bisogni essenziali della popolazione civile: acqua e cibo.Nulla a che vedere con l’esigenza di difesa di confini ogni giorno più avanzati. Ma evidente incontrovertibile prova di un massacro deliberato che ha per posta il territorio. L’espansione di un Israele ormai in balia di una destra oltranzista, capace di imporsi anche sulle tardive prudenze, non si sa quanto sincere, dell’alleato americano.Nulla di tutto questo, peraltro, mira davvero al cuore della tenuta di Hamas come di Hezbollah in Libano. Al contrario, è semmai un contributo alla loro legittimazione. Ne rafforza la capacità di catalizzare consenso nell’amministrazione dello stremo.Non sembra di trovarsi di fronte all’eterogenesi dei fini, ma al deliberato intento di chi sa che il caos, puntualmente rinfocolato, è funzionale al proprio progetto di conquista.Il 7 ottobre non giustifica neanche un decimo di ciò che sta accadendo da due anni e mezzo. E di cui non si intravede fine. Se non nel compimento della diaspora palestinese.Di fronte a tutto questo, certo, è legittimo, come ha fatto Erri De Luca, dissentire e confutare ciò che anche le migliori intelligenze israeliane, da Grossman a Bartov (vedi pagina 42), non esitano a chiamare genocidio.Negare che si stia compiendo è lecito, ma non privo di conseguenze. Perché, salva la libertà di espressione e dunque la necessità di assicurare a tutti il diritto di parola, non si può pretendere che le proprie convinzioni possano essere neutre ed esentate da un prezzo da pagare, magari agitando lo spettro della censura.Quegli affamati, quegli assetati, quei corpi dilaniati non sono la subordinata di una riflessione, di una disputa lessicale, ma i protagonisti, loro malgrado, di uno sterminio. Carne. E neppure più viva.
La disumanità che non vogliamo riconoscere
Fame e sete sono armi di distruzione di massa. Che il popolo palestinese sta sperimentando






