Mola
Ci sono parole che feriscono e altre che aiutano. Diventando assist perfetto per chi è indeciso, uno stimolo che invita a mettersi alla prova. Ancor più importanti se indirizzate ai giovani. Fra queste il “singolare“ appello dell’Aia di Lecco, che senza promettere facili guadagni e ingressi omaggi negli stadi di serie A ha invitato con una comunicazione semplice e diretta tanti ragazzi a intraprendere un percorso, quello che gli arbitri chiamano “missione“. Parola che in questo caso fa rima con passione. Eppure lo slogan sembra inquietante: NON FARE L’ARBITRO. Poi però il messaggio si scioglie in un dialogo virtuale con gli aspiranti “fischietti“ pieno di verità. In cui si “spiega“ perché si dovrebbe rinunciare al sogno di indossare la divisa: "Ascoltami bene. Perché poi ti si stravolge la vita. E non si torna più indietro". E qui però snocciolano i veri “valori“ che deve rappresentare chi ricopre il ruolo di direttore di gara. "Impari a metterci la faccia. Alleni il coraggio di scegliere in un millesimo di secondo. Smetti di piangerti addosso. Difendi l’onestà anche quando fa male. Mantieni l’autocontrollo davanti a chi perde la testa".
Insomma, fare l’arbitro non vuol dire solo abbracciare lo sport e inseguire un sogno, ma crescere. Perché "alla fine ti rendi conto che quella divisa non la indossi solo la domenica: ti trasforma come persona. Nel percorso professionale. Nei legami affettivi. Quando il gioco si fa duro e tutti gli occhi sono puntati su di te". Una meravigliosa lezione di vita, perché solo raccontando la verità i più giovani possono capire i pericoli da evitare e le soddisfazioni da raggiungere. Mettendo da parte ansia e illusioni. Perché arbitrare resta pur sempre una fantastica missione. Continua a leggere tutte le notizie di sport su






