Geopolitica nel palloneNel suo articolo sulla Stampa, il giornalista scrive che "per descrivere la geopolitica di questo mondiale dell’Altro Mondo (altro? sic!) bisognerà cibarsi in silenzio dei grevi fasti pappatori di Trump che officerà, state certi, baccanali sportivo-imperialisti”. Cannibalismo? Lui ne è certodi13 GIU 26Foto AnsaSmetto quando voglio, promesso. Non ho intenzione di passare le prossime 36 giornate del bel Mondiale delle Americhe a visualizzare, precisare, contestare le follie del nuovo Giornalista Sportivo Collettivo, quello che odia i Mondiali perché odia Trump (legittimo) e per proprietà transitiva odia Infantino. Si noterà solo, senza malevolenza, che molti di quelli che oggi vorrebbero Infantino chiuso in un tunnel di Hamas sono gli stessi che usavano le ginocchiere (cit.) con Sepp Blatter. E comunque la sua battuta sul torneo a 208 squadre per far qualificare anche l’Italia è da Pallone d’oro. Smetto quando voglio, davvero. Ma almeno la geopolitica del Mondiale, ultima fatica di Domenico Quirico, la dobbiamo segnalare. Nemmeno al “senza giacca” di Caressa erano mai arrivati a certi stati di allucinazione.E dunque, sulla Stampa, il prode inviato che alla morte di Sinwar scrisse che era “la prova, inafferrabile ma somaticamente incancellabile, che Israele aveva perso irrimediabilmente” ha voluto dimostrare che di calcio ne capisce anche meno. Inizio da cartellino rosso, o da esonero precampionato: “Per descrivere la geopolitica di questo mondiale dell’Altro Mondo (altro? sic!) bisognerà cibarsi in silenzio dei grevi fasti pappatori di Trump che officerà, state certi, baccanali sportivo-imperialisti”. Cannibalismo? Lui ne è certo. Per il momento ha già visto “i precoci squittii deprecativi e isterici di una torva Sicurezza per immigrazioni da paesi che per Trump e soci sono suburre da riportare al Paleolitico”. Ma quali? L’articolo è ottativo, come i sermoni di Khamenei jr.: “Non è detto che le iliadi pallonare riescano nel miracolo di nascondere i pantani iraniani e il torbido brodo della inflazione”, e questo lo saprebbe dire persino Tajani. Ma “sarebbe un miracolo se le partite dei mondiali diventassero teatro di politici soprassalti rivendicativi” che vuol dire? La Prima guerra del football e altre guerre di poveri era tutt’altra cosa di queste fanfaluche, e almeno la firma era di Kapuscinski.Poi dalla geopolitica si passa alla storia dei Mondiali. Qui Quirico riesce ad assolvere persino “i lugubri pretoriani argentini di Videla”, ma facesse gol Pulisic, sarebbe senza dubbio fascismo Maga. Infine prende a calci la filosofia del gioco. Meditabondo: “Calcio e politica: percorsi tortuosi, non sempre a lieto fine”. Rispolvera Gramsci, il quale però riconosceva che il pallone era la vera “passione della folla”. Ma gli tocca ammettere che per “il pensatore comunista” il calcio “era la prova ontologica della egemonia culturale della borghesia anglosassone figlia della rivoluzione industriale”. E adesso, come uscirne da cotanto giudizio di destra? Avviandosi alla fine del suo articolone, a Quirico tocca trasalire “per la scemenza dei suoi stessi oracoli” (ci perdoni Dürrenmatt per l’appropriazione). E si domanda: “Dove lo ficchiamo allora il trumpismo, il movimento Maga nella doviziosa lotta di classe del football, in questa ecumenopoli incontinente, eccessiva? Gramsci, temo, dovrebbe aggiornare le sue teorie”. Ecco, appunto. Ma Gramsci, porello, ignorava che ora “siamo al terzomondismo, all’ascesa dei Brics!”. E che “nelle banlieue furibonde o nei villaggi del deserto si tifa per squadre di città favolose come Shangri-La o il paese del prete Gianni, Barcellona, Madrid, Manchester, che non saprebbero indicare sull’atlante del mondo”. Ma va là? Quel che conta, per Quirico, è che sia comunque colpa di Trump: “Quello che ci salverà dalla affranta età di Trump e da partite che sanno di gelato industriale sarà, come sempre, il modo di accarezzare il pallone di un argentino o di un brasiliano”. E se invece vince l’Inghilterra? Jack O’Malley lo porti a farsi una bionda."Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
Il folle debutto calcistico di Quirico (tutta colpa di Trump!) non convince neanche Gramsci
Nel suo articolo sulla Stampa, il giornalista scrive che "per descrivere la geopolitica di questo mondiale dell’Altro Mondo (altro? sic!) bisognerà cibarsi in silenzio dei grevi fasti pappatori di Trump che officerà, state certi, baccanali sportivo-imperialisti”. Cannibalismo? Lui ne è certo









