Donald Trump è notoriamente un federatore, gli piacciono armonia e unità, e quindi per celebrare l’inizio del primo Mondiale di calcio ospitato da tre paesi – del suo tanto caro emisfero occidentale – ha detto che non vuole rinnovare l’accordo di libero scambio tra questi tre paesi, Stati Uniti, Canada e Messico, che peraltro aveva siglato lui in quel primo mandato che ora ci pare paradisiaco. Non abbiamo bisogno di niente, noi americani, ha detto il presidente in una delle sue conferenze stampa onnicomprensive, non abbiamo bisogno dei prodotti canadesi né di quelli messicani, sono solo loro che hanno bisogno di noi, e quindi lui si porta via la palla. Questo accordo “ha fatto una cosa che adoro – ha detto Trump – Dopo sei anni, è arrivato a scadenza” e lui non sa se ci sarà il rinnovo, forse sì, forse no, vedremo – come tutti i deal trumpiani. Il presidente è contento di poter esercitare il suo potere, sa bene che Canada e Messico sono a favore del rinnovo – è dal 1994 che esiste il libero scambio, da quando fu negoziato e introdotto il Nafta – e quindi fa il contrario. L’accordo è uno dei pilastri delle relazioni commerciali (e non solo) dell’America del nord, copre circa 1,3 trilioni di dollari di scambi e protegge gran parte dei settori dai dazi: la scadenza è prevista per il primo luglio e il negoziato finora ha riguardato il rinnovo per altri sedici anni. In realtà si tratta di una revisione formale, l’accordo di per sé dura fino al 2036, ma scatta ora la possibilità per ogni paese firmatario di ritirarsi con soltanto sei mesi di preavviso – Trump adora uscire dagli accordi.Se il Messico è rimasto abbastanza al riparo dalle intemperanze trumpiane, avendo ceduto potere per quel che riguarda il controllo dell’immigrazione e del narcotraffico, il Canada invece è sulla linea di tiro trumpiana: il premier Mark Carney è stato eletto proprio perché, in seguito alle minacce di annessione di Trump, c’è stato un risveglio antitrumpiano nel paese, e in seguito ha concepito “una dottrina delle medie potenze” che vuole contrastare la rapacità americana. L’Amministrazione Trump ricorda sempre che soltanto due paesi hanno fatto rappresaglia per i dazi, e sono la Cina e il Canada, ma sembra che persino il coriaceo Carney, che ha spesso proposto come slogan quello dell’hockey, “gomiti in su”, per gestire i trumpiani, ora ha dovuto ammorbidire i toni in vista del G7 e dell’incontro con il vicino-alleato diventato ostile: più del 70 per cento delle esportazioni canadesi va negli Stati Uniti. L’unica consolazione per Carney forse è proprio il fatto di essere in Europa: è la nona visita in quindici mesi, l’investimento europeo mentre Trump si disimpegna, dall’Europa e dalla Nato.