"Il problema non è una porta aperta. Il problema è dimenticarsi che questi luoghi esistono grazie alla cura di chi passa prima di noi e al rispetto verso chi passerà dopo. Se non siamo capaci di rispettarli, prima o poi non resterà più nulla da lasciare aperto". Sono amare le parole del post comparso alcuni giorni fa sul profilo Facebook del Rifugio Luigi Mambretti, sotto la foto della porta – aperta, appunto – del bivacco dal tetto rosso della Val Caronno che proprio lo scorso settembre ha tagliato il traguardo dei 100 anni. Che cosa esattamente sia capitato non si sa, ma "con il maltempo dei giorni scorsi – prosegue il post - è entrata acqua e il libro di vetta è stato completamente rovinato". Un danno grave e per un motivo ben preciso. "Non era soltanto un quaderno. Era una raccolta di firme, racconti, pensieri e ricordi lasciati nel tempo dalle persone passate da qui. Una piccola parte della storia di questo luogo che non potrà essere recuperata". La capanna Mambretti è senza dubbio il più strategico rifugio delle Orobie valtellinesi: per la sua posizione centrale e funzionale per alcune tra le più celebri ascensioni (pizzo di Scotes, pizzo di Porola, punta di Scais, pizzo di Redorta), ma anche come punto d’appoggio per impegnative traversate. "Il bivacco è sempre aperto e accessibile a tutti. Non è un comfort in più, ma un riparo che può rivelarsi fondamentale in caso di maltempo, emergenza o necessità. Tenerlo aperto - si legge - è una scelta che si basa sulla fiducia e sul senso di responsabilità di chi frequenta la montagna. I bivacchi restano aperti perché esiste un patto non scritto tra chi li gestisce e chi li utilizza: rispetto, attenzione e cura". S.B.