Un tumore non è solo quella massa che tipicamente si vede dalle immagini diagnostiche: l’ammasso di cellule, che per molti versi somiglia a un organo, ha intorno un intero ecosistema di supporto, senza il quale non potrebbe crescere. Un complesso costituito da vasi sanguigni che lo nutrono e che portano via i prodotti di scarto, così come di cellule stromali che ne costruiscono l'impalcatura, cellule immunitarie che in certi casi lo difendono invece di attaccarlo, fibre nervose e adipociti che contribuiscono all'ambiente in cui prolifera.
«Il tumore va sempre concepito come un organo molto complesso e disfunzionale», spiega Eleonora Dondossola, professoressa nel Dipartimento di Oncologia medica genitourinaria del Monroe Dunaway Anderson Cancer Center di Houston e direttrice del Bone Metastasis Lab, che lei stessa ha fondato. «La massa tumorale ha un sistema di supporto che gli consente di crescere. Colpire quel microambiente, anziché puntare direttamente alle cellule malate, è una delle strategie più promettenti che oggi abbiamo per fermarlo».
Il percorso che ha portato Dondossola a Houston inizia dall'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove ha frequentato il primo anno in assoluto del corso di biotecnologie mediche e farmaceutiche: un percorso che non aveva ancora né una storia né una reputazione consolidata, ma che sembrava un giusto punto d’incontro tra biologia e applicazione terapeutica. Al terzo anno ha iniziato a frequentare il laboratorio del professor Angelo Corti, che a lezione le aveva raccontato di una proteina ricombinante capace di prendere di mira specificamente i vasi di nuova formazione nei tumori, risparmiando quelli sani. «Mi aveva molto intrigato l'idea di non colpire direttamente le cellule tumorali, bensì quello che c’è intorno», racconta. «Così lo studio di quell'ambiente e lo sviluppo di strategie per intervenire in modo mirato per limitare la crescita del tumore sono diventate la direzioni di ricerca che volevo seguire».








