Si è conclusa ieri la più grande quotazione in Borsa della storia: la Space X di Elon Musk ha raccolto 75 miliardi di dollari e ha così permesso di attribuire alla società un valore complessivo di 1.700 miliardi, all’incirca due terzi del Pil italiano. Un record, in verità atteso, che rappresenta la prova lampante di come, in pochi anni, l’economia globale si sia trasformata. L’evento merita qualche considerazione di carattere generale. Innanzitutto, costituisce la evidente dimostrazione della evoluzione, per non dire della commistione, tra due concetti che eravamo abituati a tenere ben distinti: pubblico e privato. Certo le funzioni svolte dagli Stati si sono evolute nei secoli, ma il più delle volte affidando all’operatore pubblico compiti di supplenza, soprattutto quando si trattava di far fronte a rischi che sarebbero stati difficilmente affrontabili dai singoli. Il caso della difesa dai nemici esterni era ovviamente quello più rilevante.

Oggi però viviamo una situazione affatto diversa. La progressiva estensione dei compiti affidati agli Stati moderni ha fortemente eroso le loro capacità finanziarie: sono tutti troppo indebitati e non sono più in condizione di inasprire la pretesa fiscale su contribuenti già fin troppo gravati dagli oneri destinati al finanziamento di una spesa pubblica, che ormai svolge la funzione di strumento indispensabile per ottenere il consenso degli elettori. Ecco, dunque, che attività come il dominio dello spazio, per trovare risorse adeguate, devono ricorrere a denari che non provengono dai contribuenti, ma da investitori privati. In sostanza, il troppo Stato ha obbligato lo Stato a battere in ritirata. Elon Musk è il primo "trilionario" del mondo grazie a SpaceX, cosa significa e come ha fattoIntendiamoci, una ritirata strategica. Perché senza almeno il benigno assenso dei poteri pubblici non sarebbe nemmeno pensabile concedere ad un’impresa, anche se molto importante, di trasformarsi in punto di riferimento di una nuova attività strategica in grado di modificare gli equilibri geopolitici. Ma non è solo questione di risorse a disposizione, il privato imprenditore è, per sua natura, meglio e più velocemente dello Stato in grado di comprendere l’evoluzione dei mercati e dei bisogni. E, in questo caso, ha ben compreso che gli interessi strategici si potevano conciliare con quelli economici e che la loro combinazione sarebbe stata in grado di moltiplicare il rendimento, politico e finanziario, dell’operazione. D’altra parte, il fattore di novità nei conflitti a cui stiamo assistendo è proprio quello di saldare interessi militari con prospettive di guadagno, a volte anche di carattere personale, dei decisori. Insomma, come nei tempi antichi, il fiscus, cioè il patrimonio privato dell’imperatore, si va spesso confondendo con l’aerarium, il tesoro pubblico. Guardando poi alle caratteristiche specifiche della nuova quotazione, il suo successo dimostra con evidenza che al grande pubblico dei risparmiatori piacciono le sfide in grande. Per due motivi. Nel mondo interconnesso di oggi occorre avere dimensioni globali per poter sopravvivere e la competizione tecnologica in corso ha tutte le caratteristiche di una lotta all’ultimo sangue. Il secondo motivo dipende dalla convinzione, più o meno ragionevole, ma radicata nell’animo degli investitori, che, quando i propri risparmi sono affidati ad una istituzione finanziaria che dispone di una capitalizzazione superiore a molti Stati sovrani, in caso di difficoltà, i pubblici poteri faranno di tutto per evitare un fallimento, che travolgerebbe non solo quell’impresa, ma anche l’intero mercato. Insomma, comprare azioni di Space X significa investire in una società che è troppo grossa perché qualcuno si permetta di poterla far fallire. Nello specifico dell’operazione, poi, non si può fare a meno di trarre un insegnamento. Il sistema di finanziamento delle imprese attraverso il mercato funziona, ma lo fa seguendo specifiche regole non scritte. Quotarsi in Borsa può certamente risolvere i problemi economici di molti ed assicurare loro un futuro di crescita, ma a certe condizioni. Innanzitutto, occorre che l’impresa sia conosciuta, non tanto dal grande pubblico, ma almeno dagli investitori più smaliziati, altrimenti potrà solo fare ricorso alla ristretta cerchia di quelli professionali, che si muovono secondo logiche differenti. È dunque una questione dimensionale, una sorta di vestito di sartoria, non un abito che va bene per tutte le taglie. La quotazione, poi, funziona se l’impresa segue un percorso costante di crescita e se il mercato principale in cui opera è adeguatamente attrattivo, soprattutto nei confronti dei capitali esteri. Se questa è la realtà, allora ben si comprende perché molte delle società che rivestono queste caratteristiche preferiscono quotarsi a Wall Street piuttosto che in una Borsa europea. Potrebbe anche darsi che vi sia stato un certo grado di sinergia tra l’amministrazione americana ed Elon Musk nel rendere l’operazione la più fantasmagoricamente “big” della storia, ma questo non fa che confermare che pubblico e privato, se vogliono avere successo, non possono fare altro che marciare insieme e che ormai la competizione non è più tra Stati, anche se onusti di storia, ma tra continenti. Si spera che gli europei siano finalmente in grado di comprendere la lezione.