In un passato anche abbastanza recente, inserire una trama a sfondo gay nei canovacci delle serie era quasi un tentativo di lavarsi la coscienza. Mai al centro delle vicende e più elemento di contorno, il personaggio omosessuale era destinato ad abbandonare velocemente il cast o – peggio – ad essere ’ucciso’ dagli sceneggiatori. Con qualche lodevole eccezione, come accaduto negli 80 quando nelle dinamiche di una prime time soap del calibro di Dynasty con la dark lady Joan Collins, arriva il personaggio di Steven Carrington a tormentare le trame. Steven vive con sofferenza la sua omosessualità e pur di ricevere l’approvazione paterna arriva a sposarsi ben due volte e ad avere perfino un figlio.
Insomma, il prototipo del bello e decisamente sfigato. Nel corso dell’ultima decade, complice il successo delle piattaforme e di una clientela che paga per vedere un prodotto che lo soddisfi – l’esigente pubblico gay è diventato decisamente ambito dai producer. Così il livello si è alzato, le aspettative pure, e le fiction si sono moltiplicate a ritmo vertiginoso. Navigando in rete e in streaming si trovano oggi decine di serie di buona fattura alcune di eccelso livello.
FRA QUESTE – si attende anche un secondo capitolo – Overcompensating; l’inganno (Prime Video) che si aggira intorno alle vicende di Benny, ex atleta che attende l’università per fare finalmente coming out e stringere amicizia con un’altra tipica outsider dell’università, Carmen. Commedia garbata con qualche cliché di troppo. Decisamente più riflessiva Tore (Netflix), tragicommedia svedese che segue l’elaborazione di un lutto da parte del protagonista per la perdita del padre.








