La guerra con l’Iran, Trump l’ha vinta una mezza dozzina di volte prima ancora di essere riuscito a finirla. Siamo ormai abituati agli annunci trionfali, ai post con l’happy end che il Caligola di Washington distribuisce ogni giorno.
E quando non basta scriverli lui si attacca al telefono per provare a convincere. Siamo molto oltre George W. Bush che annunciò su una portaerei di aver concluso la missione circa otto anni prima che la guerra in Iraq terminasse davvero. Qui gli annunci sono continui e soprattutto smentiti un minuto dopo dallo stesso autore.
Ieri, per esempio, il presidente prima ha dichiarato che era stato raggiunto l’accordo con l’Iran, poi ha detto che l’annuncio dell’accordo da parte dell’Iran era debole e patetico. Detti e contraddetti quotidiani rendono difficile raccontare lo sviluppo di un conflitto peraltro difficile da spiegare razionalmente anche in partenza. E rendono quasi impossibile ogni analisi seria, tanto più che la differenza tra tregua e guerra, anche quella, è saltata. A Gaza, in Libano, in Iran si muore ammazzati nell’una come nell’altra. Non è detto che la confusione sia casuale, quando la guerra va male la prima cosa è confondere le acque. L’incontinenza verbale di Trump e la sua voglia di farsi un regalo di compleanno – accanto ai riti gladiatori organizzati alla Casa bianca – aggiungono solo l’enfasi della follia a una confusione che è anche politica.













