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Negli ultimi anni il metodo del governo per provare a ridurre le liste d’attesa di esami e visite mediche è stato soprattutto provare ad aumentare l’offerta, cioè dare più soldi alle regioni per aumentare il numero di appuntamenti disponibili. Chi negli ultimi tempi ha provato a prenotare una visita sa che non è servito a molto, perché i tempi di attesa sono ancora molto lunghi. Con il nuovo piano nazionale per le liste d’attesa, approvato giovedì dalle regioni, il governo ha cambiato prospettiva: più che sull’offerta, ora punta a ridurre la domanda, cioè il numero di prescrizioni spesso inutili che intasano il sistema sanitario.
Le liste d’attesa sono da anni uno dei problemi più sentiti della sanità pubblica italiana. Nei casi peggiori l’attesa per esami anche piuttosto semplici può essere di diversi mesi, a volte più di un anno. Il risultato è che circa il 10 per cento della popolazione rinuncia a curarsi proprio perché i tempi per esami e visite sono troppo lunghi o perché dovendosi rivolgere alle strutture private i controlli costerebbero troppo.
Per capire da cosa dipendono i ritardi bisogna partire da come vengono classificate le prescrizioni fatte dai medici. L’urgenza è data da una lettera indicata sulla ricetta: la U vuol dire urgente, da garantire entro 72 ore; la B una priorità breve, entro 10 giorni; la D una prestazione differibile, entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami; la P una prestazione programmata, entro 120 giorni.










