C’è un’immagine che dovrebbe togliere il sonno a chiunque, in Occidente, si professi progressista. Nelle strade di Teheran, di Mashhad, di Sanandaj, durante le ondate di protesta che hanno scosso l’Iran dalla morte di Mahsa Amini fino ai moti più recenti, migliaia di ragazze e ragazzi hanno intonato Bella ciao. In farsi, in inglese, in italiano. Hanno scelto il canto della Resistenza italiana, il canto di chi combatteva il nazifascismo e la Repubblica di Salò, per dire al mondo chi erano e contro cosa si battevano. Molti di loro sono stati arrestati, torturati, impiccati. Altri sono stati semplicemente uccisi per strada, con un colpo alla testa o al collo, da cecchini in borghese e miliziani al servizio del regime.

Eppure una parte non marginale dell’opinione pubblica occidentale – intellettuali, attivisti, militanti che si autocollocano orgogliosamente a sinistra – guarda alla Repubblica Islamica con indulgenza, quando non con aperta simpatia. Non perché ne condivida la teocrazia, naturalmente, ma perché la considera un bastione di “resistenza” contro l’America di Donald Trump e l’Israele di Benjamin Netanyahu. Sia chiaro fin da subito: questo articolo non è una critica alla sinistra. È, semmai, una difesa della sinistra e dei suoi valori contro chi ne usurpa il nome senza accorgersi di essere finito, oggettivamente, dall’altra parte. Perché quello a cui assistiamo è un cortocircuito logico e morale che merita di essere analizzato con freddezza, e che non nasce dal caso: è il prodotto combinato di una pigrizia intellettuale antica e di una guerra cognitiva modernissima.