Una storia di formazione, in cui idee e ideali cambiano nel rapporto col mondo per far spazio a punti di vista personali, ma non troppo, al centro di “Piccolo miracolo” di Guido Chiesa. Unico film italiano in concorso al festival, è stato proiettato ieri sera al Teatro Antico e presentato nel pomeriggio dal protagonista Marco D’Amore col regista e la sceneggiatrice Nicoletta Micheli, durante una conversazione al Palacongressi riservata in particolare ai giovanissimi studenti della giuria Campus Giovani.Adattamento del romanzo “La grazia del demolitore” di Fabio Bartolomei (Edizioni E/O), è un progetto accarezzato per anni da Edoardo Leo - produttore del film e autore del soggetto con Micheli - e vede D’amore (acclamato interprete di Ciro Di Marzio in “Gomorra – La serie”) nei panni di Davide Lancia, ricco quarantenne, che deve i suoi privilegi al fatto di essere figlio di Glauco (Giorgio Colangeli), spregiudicato costruttore romano. Un uomo dei giorni nostri in cerca di una propria autodefinizione, che tanto echeggia l’atteggiamento dei “personaggi in cerca d’autore” di pirandelliana memoria.

«Giocando con la grande metafora del film, incentrata sul senso della vista, è come se in un atto di messa a fuoco Davide apparisse molto sfocato – sottolinea D’Amore - come fosse uno dei personaggi del capolavoro del grande drammaturgo siciliano. Cerca infatti la propria compiutezza in modo maldestro, muovendosi tra la famiglia, un contesto professionale in cui non si sente davvero protagonista e una relazione. Nell’ambito di questo gioco offre di sé un’identità alternativa, perché ha paura di raccontarsi per quello che è davvero». Un gioco che non può essere mantenuto a lungo per crescere davvero. L’incontro con Ursula (Greta Scarano), non vedente determinata e battagliera, inquilina di una palazzina da demolire per far spazio a una costruzione di lusso, aprirà a Davide una nuova prospettiva sulla vita. «In un meraviglioso incontro-scontro con Ursula – ha proseguito - Davide comincia, come fa il padre con le architetture, a costruire una sua identità e, sempre parlando di vista, lo fa in due modi: aprendo lo sguardo sulla realtà fuori da sé, sui luoghi ai margini, diversi da quello da cui proviene; e iniziando a guardarsi dentro per fare i conti con se stesso».