C’è una doppia (e felice) anomalia nell’asfittico panorama di uscite italiane in sala nel mese di giugno. La incarnano da due titoli, nei cinema da ieri, provenienti da grandi apprezzamenti raccolti in festival internazionali e legati a un filo unico, per molti invisibile, ma invece solido e longevo.Si tratta di “Piccolo miracolo” di Guido Chiesa, con Marco D’Amore e Greta Scarano, e “Avemmaria”, film d’esordio di Fortunato Cerlino alla regia. Il primo è stato l’unico italiano in gara al 72esimo Taormina Film Festival, ed è valso a Scarano il premio come Migliore protagonista. Il secondo, interpretato da Salvatore Esposito, Marianna Fontana e il giovanissimo Mario Di Leva, figlio di Francesco, si è fatto notare in autunno al Torino Film Festival.Due film diversissimi: il primo è un invito a osservare meglio se stessi e la realtà, il secondo un biopic che usa come chiave di racconto il realismo magico. Ad avvicinarli è il legame strettissimo tra alcuni protagonisti di queste due storie per il cinema, nato in “Gomorra - La serie”, la veristica epopea criminale che Sky ha tratto dal 2013 dal celebre romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, una palestra per talenti che da allora hanno segnato il nostro audiovisivo all’insegna delle storie di qualità.“Piccolo miracolo” racconta di un quarantenne abituato al lusso, la cui vita romana viene stravolta dall’incontro con una giovane donna non vedente, Ursula (Greta Scarano, di nuovo attrice dopo il successo da regista in “La vita da grandi”), dotata di una grande forza interiore. Un film sui conflitti, quello tra il protagonista e suo padre, e sugli incontri, tra una persona che non vede sé stessa e un’altra che non vede, ma sa cosa vuole. «Incontri che ci aprono gli occhi e ci cambiano la vita», racconta D’Amore. Nel film Chiesa affida la sintesi della storia a una delle più struggenti poesie di Eugenio Montale, “Ho sceso dandoti il braccio un milione di scale”: un invito a riflettere sulla nostra condizione, a domandarci «chi è il vero cieco?». Proprio per questo D’Amore, ormai soprattutto regista e sceneggiatore e sempre meno attore, ha accettato l’invito a tornare a recitare: «È vero: il mestiere dell’attore lo frequento sempre meno. Ma la storia e il modo in cui Guido me la ha proposta, mi hanno conquistato», afferma: «Sul set la condizione gioiosa di affiatamento mi ha persino spiazzato, convinto come sono che il lavoro dell’attore debba essere una grande fatica fisica ed emotiva».L’ex Ciro l’immortale di tante stagioni di “Gomorra” da anni cerca di «scrivere e dirigere storie che raccontino persone». In film che, dopo che proprio Gomorra gli ha dato l’occasione delle prime regie, lo hanno portato a indagare la mente umana sul grande schermo in “Napoli magica” e “Caracas”, non a caso ambientati nella sua città: «Il rapporto con Napoli resta fondante», sottolinea: «Ho girato il mondo facendo cinema e teatro, ma la mia bussola, nei riferimenti umani, resta la mia città: la sua realtà è così contaminata e piena di respiri giunti da lontano che quando ci torni dopo essere stato altrove capisci che è come se fosse un traduttore: il senso profondo delle cose lo cogli a Napoli».Questo modo di vivere le storie, D’Amore lo ha portato anche nel film di Chiesa, la «prima prova d’attore in cui interpreto un uomo che si gode il suo benessere, una condizione persino scomoda per me, che sono nato povero e la considero una benedizione». Forse non è un caso che proprio sul tema della condizione originaria e della forza dei sogni sia incentrato anche il film che porta dietro la macchina da presa un grande amico di D’Amore, Fortunato Cerlino, indimenticabile Pietro Savastano di “Gomorra”, e da allora attentissimo a non legarsi allo stereotipo del boss spietato. «“Avemmaria” è la storia di un ragazzino cresciuto nelle strade di Pianura, alla periferia di Napoli, nei primi anni Ottanta», afferma Cerlino, che lo ha tratto dalla sua autobiografia, “Se vuoi vivere felice” (Einaudi): «Gli inseguimenti sul Califfone, le sparatorie in pieno giorno, le condizioni economiche non facili in cui naviga la sua famiglia non riescono a spegnere la sua vitalità. Grazie alla sua immaginazione, non si arrende all’idea di una vita già decisa per lui da altri, e cerca una sua strada. È la mia storia e rappresenta la parte più sincera di me. Dove sono nato, la vita quotidiana scorre anche attraverso il sogno, ne è parte vitale persino per chi, come me, si era diplomato in chimica e fisica. Immaginare va inteso come strumento di analisi, non di fuga. Per proteggere il bambino che è in noi».Il sogno, nel film, è affidato a momenti di alta qualità estetica con riferimenti al mondo di Fellini. E a interpretare il Fortunato adulto, che torna nei luoghi della fanciullezza, Cerlino ha voluto Salvatore Esposito, che in “Gomorra – La serie” interpretava il figlio, Genny: «Con lui intendersi è facile, condividiamo radici e anche sogni. Siamo legati, come con Marco, e anche Maria Pia Calzone, mia moglie nella prima stagione, da un filo che negli anni si è irrobustito. È un modo di intendere l’arte audiovisiva e le storie. Con Marco ci siamo sentiti, quando ho saputo che il film di cui è protagonista usciva assieme al mio. A proposito di sogni, non credo sia un caso che il destino continui a farci camminare vicini».