di
Paolo Mereghetti
Non convince la storia del palazzinaro (Marco D’Amore) che diventa buono dopo aver conosciuto la cieca Greta Scarano
Curiosa carriera quella del regista Guido Chiesa, che esordisce con un film insolitamente «regionale» (Il caso Martello su un vecchio partigiano inseguito da un giovane assicuratore) e prosegue con Babylon, un giallo «transculturale» (per le influenze del cinema indipendente americano), per arrivare all’ambiziosa riduzione di Il partigiano Johnny di Fenoglio. Con Lavorare con lentezza (sulla creatività del ‘77) i risultati sono meno convincenti, finché, come folgorato sulla via di Damasco, abbandona le ambizioni (più che politiche, di stile e di libertà creativa) per tuffarsi nel filone di una commedia meno aspirazionale ma più redditizia.
Ma poi qualcosa delle origini torna a farsi sentire se l’anno scorso si divide tra una commedia di cui francamente non sentivamo la necessità (30 notti col mio ex) e un interessante confronto col contraddittorio passato dello stato di Israele visto con occhio femminile (Per amore di una donna). Il dottor Jekyll che c’è in Guido Chiesa vuole mettere in un angolo mister Hyde? Lo spunto, alla base del suo nuovo film Piccolo miracolo, lo lascia un po’ supporre: qui lo scontro tra due diverse idee della vita non abitano nella stessa persona ma nella stessa famiglia.







