“Un film debole resta un film debole, anche se è fatto con le migliori intenzioni”. Nel cinema sociale la buona intenzione ha spesso la meglio sulla qualità, e se poi la storia tocca la disabilità, il resto – regia, sceneggiatura, rigore artigianale – passa troppo spesso in secondo piano, come se il tema fosse un’esimente per i difetti tecnici. La Poti Pictures, nata ad Arezzo dentro la cooperativa “Il Cenacolo”, lavora esattamente al contrario. Il loro principio è netto: chi lavora con attori con disabilità non ha il diritto di abbassare l’asticella, ha il dovere di alzarla. Senza retorica, ma con un’idea precisa di mestiere. Scrivere un cortometraggio di venti minuti che coinvolga otto personaggi e affronti il tema senza scivolare nel pietismo non è un’eccezione, è la regola. Da questa tensione nasce Gerry, diretto da Salvatore Lizzio e Daniele Bonarini, con la partecipazione di Vittoria Bianchini, in concorso al Taormina Film Festival nella sezione “Sguardi di Sicilia”.

Presentato da Terry George (Premio Oscar per The Shore), il punto di partenza del lavoro è la vita di Angelo Giardili, studente della Poti Pictures Academy. Tuttavia Gerry non è Angelo: non lo imita, non lo traduce e non lo imprigiona in una biografia mascherata. “Crediamo – spiegano i registi – che tra realtà e finzione esista un confine molto sottile: attraversarlo con rispetto significa dare alla verità una nuova forma”. Angelo è un ragazzo con una passione “travolgente” per la stop-motion e i Lego da cui Lizzio e Bonarini hanno tratto un racconto che parla di perdita, lutto e assenza, senza mai alzare la voce e soprattutto senza ricorrere alla solita scorciatoia del “potere speciale” come risarcimento della vita. L’immaginazione qui non è una fuga infantile, ma il modo in cui il protagonista decide di stare dentro il proprio dolore, e lo fa provando a non crollare.