Nella grammatica tuttora incerta con cui le imprese raccontano il proprio rapporto con la biodiversità, pochi simboli risultano comunicativamente redditizi quanto le api. Nessun altro promette tanto e chiede così poco.

Non sorprende, dunque, che negli ultimi anni siano comparse arnie sui tetti degli impianti aziendali, vasetti di miele brandizzati e bee hotel all’ingresso delle sedi. Tutto sembra parlare di biodiversità. Il punto, però, è capire se questa promessa di tutela venga realmente mantenuta o se finisca per convertirsi in un espediente narrativo rassicurante, figlio di un marketing opportunistico, tanto prevedibile nella forma quanto discutibile nella sostanza. Proprio in questo scarto, tra protezione degli ecosistemi e rappresentazione reputazionale, prende forma il beewashing.

La buona notizia è che l’alternativa esiste già: si chiama biodiversity accounting e sposta il discorso dalla rappresentazione simbolica della natura alla misurazione degli impatti reali.

Beewashing: greenwashing con le ali

Il termine beewashing compare per la prima volta nel 2015 in un articolo di J. Scott MacIvor e Laurence Packer, ricercatori della York University di Toronto, intitolato “ ‘Bee Hotels’ as Tools for Native Pollinator Conservation: A Premature Verdict?”. Gli autori lo definiscono come una forma di greenwashing applicata a dichiarazioni potenzialmente fuorvianti sulla tutela delle api selvatiche e native (MacIvor & Packer, 2015).