di
Greta Sclaunich
Dopo il sisma, arrivarono a Gemona migliaia di attestati di solidarietà da tutto il mondo. A Reginetta Giacomini fu affidato il compito di rispondere: «Fu la molla che ci aiutò a ripartire»
A 50 anni da quell’evento, sono ancora custoditi (e scannerizzati) nella biblioteca comunale Nella biblioteca di Gemona, la città simbolo del terremoto che il 6 maggio 1976 distrusse il Friuli facendo quasi mille vittime e radendo al suolo 18 mila edifici, c’è un archivio speciale. Riunite in corposi faldoni ci sono migliaia di lettere. Alcune sono scritte a mano, altre battute a macchina. Arrivano da lontano: Roma, Milano, Sanremo e poi Usa, Nuova Caledonia, Libia, addirittura Afghanistan. «Ci scrivevano da tutto il mondo per esprimerci la loro solidarietà dopo il terremoto. Alcuni si offrivano di aiutare, altri inviavano dei soldi. Quando le leggevamo a volte finivamo per commuoverci soprattutto quando i mittenti erano dei bambini», racconta Reginetta Giacomini. All’epoca aveva quasi ventitrè anni, si era appena laureata in Pedagogia e chissà dove l’avrebbe portata la vita se non fosse stato per il terremoto.
La migliore amicaLei, quella notte, si salvò per caso: stava andando a trovare la sua migliore amica quando, davanti al bar della piazza di Gemona, un conoscente la fermò per invitarla a brindare alla nascita del figlio. La scossa arrivò poco dopo, lei riuscì a ripararsi sotto l’architrave della porta. «La mia amica, invece, non è sopravvissuta: il condominio dove viveva è crollato e, di tutti gli abitanti, solo quattro si sono salvati. I miei genitori e i miei fratelli, invece, non si sono fatti niente ma la casa di famiglia è venuta giù», ricorda. È proprio per aiutare i suoi genitori, rimasti senza casa e senza lavoro, che subito dopo il terremoto Reginetta fa domanda per lavorare nel Comune del suo paese. Viene accettata e ogni mattina si presenta al lavoro in una tensostruttura montata per gestire l’emergenza: «Lo chiamavamo “il cupolone” e fungeva anche da mensa: a ora di pranzo e di cena dovevamo smantellare le nostre scrivanie per fare posto ai terremotati che venivamo a mangiare». Di lettere indirizzate al Comune ne arrivano di continuo ma all’inizio non è Reginetta ad occuparsene: «Ricordo che c’erano alcuni volontari venuti da fuori che si alternavano per rispondere. Un grande atto di generosità, perché per farlo usavano le loro ferie».






