Il completamento della Torre di Gesù Cristo della Sagrada Família e la messa celebrata nei giorni scorsi da Papa Leone XIV per commemorare questo evento nel centenario della morte di Antoni Gaudí, hanno riportato alla ribalta il nome del celebrato architetto e artista catalano. Se ne parla e se ne scrive naturalmente anche nell’arcipelago, dove in questi giorni le librerie espongono in bella vista cataloghi dedicati a Gaudí e guide che invitano a percorrere i luoghi delle sue opere a Barcellona. Il Giappone ha del resto un legame speciale con la monumentale basilica e con il suo autore. Molte delle sculture della Facciata della Natività sono infatti opera dello scultore giapponese Sotoo Etsuro, che da decenni lavora alla Sagrada Família, e più in generale Gaudí e la sua opera hanno esercitato, e continuano a esercitare, un fascino profondo sul Sol Levante.
Uno degli esempi più significativi di questa fascinazione è Antonio Gaudí, lungometraggio diretto da Teshigahara Hiroshi nel 1984, culmine di un interesse che il regista giapponese nutrì nei confronti dell’architetto catalano per gran parte della sua vita.
Noto al pubblico cinefilo soprattutto per i quattro lungometraggi realizzati negli anni Sessanta in collaborazione con lo scrittore Abe Kobo, Pitfall, La donna di sabbia, The Face of Another e The Ruined Map, Teshigahara esordisce in realtà, come molti dei suoi contemporanei, nel documentario. Negli anni Cinquanta realizza un cortometraggio dedicato a Hokusai e altri lavori di non-fiction, trai i quali vale la pena ricordare almeno Tokyo 1958. Al cinema documentario il regista farà poi ritorno negli anni Ottanta con Sculpture Mouvante–Jean Tinguely (1981) e, appunto, Antonio Gaudí tre anni più tardi.












