di
Gian Guido Vecchi
Nel centesimo anniversario dalla morte di Gaudí Leone XIV inaugura la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia. Dal 1914 l'architetto non si era dedicato ad altro: aveva donato tutto alla Fabbrica dell’opera vivendo in modo austero, niente carne né pesce né vino, si nutriva a frutta e verdura
DAL NOSTRO INVIATO BARCELLONA - Dalla Sagrada Família, a piedi, si arriva qui in una ventina di minuti, oltre il Carrèr de Bailèn si incrocia la Gran Via de les Corts Catalanes, ampia come cent’anni fa. Dove passava la linea 30 ora c’è un viale pedonale, intorno alla targa appena posata sul selciato si vedono fiori, bigliettini, candele e lumini accesi, i passanti si fermano a leggere, qualcuno si fa il segno della croce. Antoni Gaudí stava attraversando la strada in questo punto, poco dopo le sei del pomeriggio del 7 giugno 1926.
Era diretto verso la chiesa di San Filippo Neri, non stava tornando a casa perché da otto mesi viveva nel cantiere dell’opera di tutta una vita, in una stanzetta ricavata da un tramezzo e occupata dai modelli in gesso e le piantine che occupavano anche il resto del laboratorio. Aveva il passo un po’ claudicante per via dei reumatismi che lo tormentavano da tempo ed era stanco, come sempre si era alzato di buon’ora, aveva assistito a due messe, fatto la comunione, recitato le preghiere personali e lavorato tutto il giorno ad alcune lampade di alabastro per la cripta. Curava ogni dettaglio, «la vita è amore e l’amore è sacrificio», una tensione creativa e mistica vissuta come una kénosis, lo svuotamento e l’offerta di sé stesso al solo «padrone» dell’opera.












