Il primo rialzo di 25 punti base dei tassi di interesse dal 2023 effettuato ieri dalla Banca Centrale Europea è uno degli effetti della tassa-Trump che i governi stanno facendo pagare ai propri cittadini a beneficio delle banche, dei profitti e delle rendite. L’aumento del saggio di riferimento al 2,25%, soprattutto se continuerà a crescere nel corso dell’anno senza una soluzione definitiva della guerra di Usa e Israele contro l’Iran, finirà per appesantire ancora di più i conti pubblici italiani. La stretta di Francoforte introduce una variabile complessa nella stesura della prossima legge di stabilità, l’ultima della legislatura, quella a cui il governo vorrebbe mettere nel motore elettorale in vista del voto del 2027. Se lo stretto di Hormuz rimarrà chiuso, un aumento dei tassi anche fino al 3% potrebbe stendere il potere d’acquisto dei salari. E limitare sempre di più i margini di manovra già esigui.

Dalla trincea di via XX Settembre, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ieri ha ammesso che il rialzo era «atteso», ma «non risolve il problema alla radice del rincaro dei prezzi dell’energia». Che in questo momento ha nome: Trump. Lo stesso con cui il suo governo ha amoreggiato fino al 28 febbraio scorso. Giorgetti, come del resto Meloni, non fa nomi. La guerra la fanno gli alieni, non il gangster della Casa Bianca. Il ministro si è limitato a pregare Francoforte di «fermarsi qui». Con l’aumento dei tassi il bilancio pubblico italiano deve fare i conti con l’incremento della spesa per interessi sul debito pubblico che veleggia verso il 140%. Questo aggravio sul servizio del debito andrà a peggiorare i margini dell’austerità già imposta secondo i rigidi dettami del Patto di stabilità, applicato senza deroghe.