Sono passati 45 anni eppure il ricordo è più vivido che mai nella memoria di quei milioni di italiani rimasti incollati per lunghe ore davanti alla tv, che si trasformarono in tre giorni e tre notti interminabili, nella speranza di vedere uscire da quel maledetto pozzo artesiano largo appena 30 centimetri il piccolo Alfredino Rampi, il bimbo di sei anni caduto a 28 metri di profondità e morto in un terreno a Vermicino, alle porte di Roma, nel giugno del 1981.

Perché, come ha ricordato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, quella di Vermicino è «una tragedia scolpita nella memoria di tutti gli italiani» e i motivi sono tanti. Proprio durante quel dramma familiare diventato presto collettivo nacque la cosiddetta 'tv del dolorè': telecamere senza filtri scrutarono momento per momento i protagonisti mettendoli a nudo. E così in diretta tv si sentì la voce straziata di Alfredino piangere e chiedere aiuto alla mamma con una vocina sempre più flebile mentre precipitava fino a 60 metri. Si toccò con mano la disperazione dei genitori. Si passò dall’ottimismo di soccorritori e di una classe dirigente sicura di portare a termine una storia a lieto fine, ad ammettere la resa appellandosi alla buona volontà di singoli volontari.