È morto a novant’anni Natalino Irti, tra i più autorevoli giuristi italiani del secondo Novecento e una delle voci più influenti del diritto civile contemporaneo. Originario di Avezzano (L’Aquila), avvocato e professore ordinario, è stato accademico dei Lincei, presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici e dal 1977 docente all’Università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto, contribuendo alla formazione di generazioni di magistrati, avvocati e accademici. È stato anche presidente del Credito Italiano, vicepresidente dell’Enel, membro del consiglio d’amministrazione dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) e del Comitato per le privatizzazioni. Il nome di Irti resta legato soprattutto a “L’età della decodificazione”, opera con cui ha interpretato la progressiva perdita di centralità del codice civile e la nascita di sottosistemi normativi autonomi, governati da logiche e principi propri. Una riflessione che ha segnato in profondità il modo di leggere il diritto privato nell’Italia contemporanea, aprendo un confronto sul ruolo della dottrina, sulla certezza del diritto e sul rapporto tra codici, leggi speciali, economia e potere politico.