di
Giancristiano Desiderio
Allievo di Betti e Allara, fu accademico dei Lincei e presidente emerito dell'istitito per gli studi storici fondato di Croce. Aveva 90 anni. La sua cultura andava al di là del diritto per toccare lo «spirito delle leggi»
Natalino Irti è stato un grande giurista per un motivo tanto semplice quanto difficile: la sua vasta cultura andava al di là dello stesso diritto per toccare, per dirla con Montesquieu, lo «spirito delle leggi». Nato ad Avezzano il 5 aprile del 1936, fu allievo di Emilio Betti e si perfezionò a Torino sotto la guida di Mario Allara. È morto l'11 giugno all’età di 90 anni ma la sua vita affettiva si era interrotta anni fa, nel 2017, quando il suo unico figlio, Nicola, avuto dalla moglie Elena Angelini, morì improvvisamente nel sonno con un infarto all’età di 47 anni.
Natalino Irti, accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli Studi storici fondato da Benedetto Croce, è stato tra i maggiori giuristi italiani del secondo Novecento: avvocato, dirigente e in senso lato umanista. Dopo aver insegnato in varie università italiane, fu chiamato, alla fine degli anni Settanta alla Sapienza, a Roma, dove insegnò istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto. Dal maestro Betti, che fu un fine ermeneuta, ereditò la rigorosa facoltà d’interpretazione non solo delle leggi ma della stessa funzione del diritto. Non a caso la sua affermazione si deve al testo de L’età della decodificazione (Giuffrè, 1979) e al suo particolare interesse per la nascita e lo sviluppo di sotto-sistemi di norme e sotto-codici, una sorta di labirinto normativo che lo portò a teorizzare il «nichilismo giuridico ontologico». Insomma, una sorta di dissolvenza del diritto.










