Da fine maggio, le strade di Tirana e non solo sono animate da proteste contro il progetto di un resort di lusso che dovrebbe sorgere sull’isola di Sazan e a Zvernec, località costiera nella laguna di Narta. Il progetto fu inizialmente annunciato nel 2024, con un investimento complessivo da oltre 5 miliardi di euro della Atlantic Incubation Partners, società legata alla Affinity Partners, il fondo di investimenti di Jared Kushner, il genero e consigliere del presidente USA Donald Trump. “L’Albania non è in vendita” è il motto principale della piazza, il cui simbolo identificativo è il fenicottero rosa. Questo animale è infatti tra le specie protette che popolano la zona interessata dal progetto: un’area che ricade nel Parco nazionale del fiume selvaggio Vjosa e che comprende l’isola di Sazan (Saseno), dove le foche monache e le tartarughe marine trovano riparo. Un’oasi naturale – che già negli anni scorsi era stata oggetto di proteste per la costruzione dell’aeroporto internazionale di Valona – che i cittadini albanesi vogliono difendere. Ma la protesta ha un carattere multidimensionale. Oltre che ambientalista, è una protesta diretta alla politica interna del premier Edi Rama, di cui si chiedono le dimissioni. Ed ha anche una dimensione geopolitica, poiché riconferma come l’amministrazione Trump usi i Balcani per consolidare questa prassi che combina diplomazia internazionale e interessi privati. Mentre il primo ministro socialista assicura che il progetto proseguirà fintanto che questi sarà al governo, l’intera vicenda racchiude molte caratteristiche dell’Albania post-comunista: la speculazione edilizia, un modello di crescita incentrato sul turismo, le opacità intorno alle privatizzazioni, le leggi speciali senza dibattito pubblico, nonché la trasformazione di spazi una volta rappresentanti la militarizzazione psicotica del comunismo albanese in iconici complessi del capitalismo più sregolato.