Diciamocela tutta: se la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera fosse stata una partita di calcio (e per alcuni lo è stata), il tabellone segnerebbe 0-1. Non una goleada. Un gol su calcio di rigore, perché il rigore lo ha fischiato la Gruber da sola, da sé, con le sue mani e Vannacci ha segnato.
Vannacci esce meglio di come è entrato. Ma non grazie a chissà quale performance straordinaria, era teso, si vedeva: dice bene Patrick Facciolo nella sua analisi sulla prossemica del generale, è la sua prima nel teatro (televisivo), non è Matteo Renzi, non è un animale politico, dà il meglio in birreria o davanti ai commilitoni, non sotto i riflettori di La7.
Esce meglio perché Lilli Gruber gli ha servito sul piatto, uno dopo l’altro, i temi su cui lui è forte. L’emigrazione, i diritti Lgbtq+, la normalità (su cui lui gioca con il significato, a un certo punto dice “datemi uno Zingaretti” riferendosi erroneamente al dizionario Zingarelli probabilmente).
Persino la questione delle quote di genere. Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, da militare ultra decorato che non sembra curarsi di piacere a tutti, ci ha messo il piede dentro con naturalezza. Non ha vinto il confronto. Ha vinto il campo.











