Altro che dibattito politico
Tullio Camiglieri
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Mercoledì 10 giugno, a Otto e mezzo, si doveva forse mettere Roberto Vannacci alle strette. Missione curiosamente riuscita al contrario: il Generale è entrato da caso politico ed è uscito da prodotto televisivo, con confezione patriottica, slogan incorporato e profilo da “destra autentica”. Perfino la domanda sulla fedeltà coniugale — «È un marito devoto, fedele?» — pareva meno giornalismo che casting per il santino familiare. A una donna leader, con ogni probabilità, una domanda simile verrebbe archiviata come incursione nel privato; a lui è diventata cornice morale, quasi un timbro di affidabilità domestica.
Il punto non è se Vannacci sia fedele, devoto, severo o paterno: il punto è che un’intervista dovrebbe togliere la vernice, non lucidare il cofano. Il mondo al contrario non andrebbe citato come oggetto mitologico, né come reliquia fondativa del populismo in anfibi: andrebbe letto riga per riga, contestando le tesi su omosessualità, migranti, donne, identità, “normalità”. Non per censurarlo, ma per fare il mestiere più antico del giornalismo: verificare, incalzare, smontare. Invece il racconto si è spostato sul personaggio: “il traditore di Salvini”, “l’uomo che svuoterà la Lega”, “l’assaltatore della destra”: un bellissimo trailer.










