Lavoro Il dl lavoro in votazione ieri alla camera mediante il ricorso alla fiducia (la 119esima dall’inizio della legislatura) è una scatola vuota

Il centrosinistra l’aveva definita una pantomima e così è stato. Il dl lavoro in votazione ieri alla camera mediante il ricorso alla fiducia (la 119esima dall’inizio della legislatura) è una scatola vuota. Come quelle di latta che rappresentavano biscotti e invece contenevano ago e filo. L’etichetta è altisonante, «salario giusto» l’ha chiamato Giorgia Meloni, ma la portata reale del provvedimento, cesellato a colpi di ordini del giorno ed emendamenti, come spesso accade sarà evidente dopo i decreti attuativi. E non è ancora detto che i contenuti controversi espulsi dal testo all’ultimo minuto non rientrino sotto altra forma.

Ieri, prima del voto definitivo, sono stati presentati altri 77 odg. Tra questi quello con cui il Carroccio tornava sul principio di equivalenza dei contratti che spalanca le porte al dumping salariale. La proposta del sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon (già segretario dell’Ugl), aveva fatto saltare dalla sedia Meloni. La presidente del consiglio ha puntato molto sul suo rapporto con la Cisl e non intendeva rischiare di riunire il fronte sindacale contro il dl, dunque era stata ritirata. Ma il plenipotenziario di Salvini non ha desistito. L’odg presentato ieri, a prima firma del leghista Andrea Giaccone (poi ulteriormente emendato), richiamava il Codice dei contratti pubblici che consente all’operatore economico di applicare un contratto collettivo diverso da quello indicato nel bando, purché garantisca tutele economiche e normative equivalenti.