Lo scaffale

Mario Lavia

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«In un tempo in cui la sfiducia cresce, l’astensione dilaga e la politica sembra guardare a un orizzonte troppo vicino per apparire come un reale progetto che abbia la sostanza di una visione, recuperare il significato profondo del votare diventa un gesto controcorrente, quasi rivoluzionario». Già, votare è un atto di libertà. E di affermazione della propria personalità libera. È un gran monito quello di Francesco Clementi in questo libro che ha un titolo semplicissimo, “Votare” (Il Mulino).

Lasciamo parlare il professore di diritto, già impegnatissimo sul fronte delle riforme istituzionali: «Non a caso, in fondo, il voto è il modo più semplice e più deciso per dire ancora una volta: “Io ci sono”. Per affermare cioè che il futuro comune dipende anche da noi: che nulla insomma è già scritto e che la nostra voce può ancora spostare e “cambiare il corso” della Storia. Che è poi quello che differenzia – se ci fermiamo un momento a pensare – le autocrazie dalle democrazie: le prime infatti hanno sempre un futuro già scritto, precotto e bell’e pronto, a prescindere dall’esito del votare da parte dei cittadini. Mentre le seconde, invece, non conoscono mai il loro futuro, perché quel domani che si chiama futuro nasce, ogni volta, proprio da lì, da quel momento che è il votare, insomma: ossia da quella scelta compiuta con una matita, ripetuta milioni di volte, in genere in uno stesso giorno, da coloro che hanno l’esercizio di quel diritto. Allora è proprio per questo che votare è una parola – o più precisamente un verbo – “controtempo”: perché invita a fermarsi e a ricordare ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di esercitare il nostro diritto più potente, che è anche – non dimentichiamolo –, almeno in teoria, il più facile da praticare e il più semplice da intendere».