Piccoli prestiti, al massimo 40mila euro per un’impresa e 15mila per una famiglia, a tassi bassissimi o addirittura a tasso zero, senza particolari garanzie se non in alcuni casi quelle di soggetti istituzionali come la Caritas e, infine, erogati a persone escluse dai canali tradizionali del credito. È l’identikit del microcredito sociale, uno strumento che insieme al microcredito imprenditoriale, punta ad aumentare l’inclusione finanziaria di quella fascia della popolazione più vulnerabile e fragile per quanto riguarda la capacità di avere e produrre reddito.

Nato nei Paesi più poveri del mondo, nel tempo, il microcredito si è diffuso anche in Europa. Ora una recente analisi fa luce sulla situazione italiana. A realizzarla è stato Triade, uno spin off nato dalla collaborazione del Politecnico di Milano con PerMicro, una società operativa dal 2007 fondata da Oltre Venture e Fondazione Paideia che attualmente ha tra i suoi soci soggetti provenienti dal credito come Banca Etica ed enti come la Fondazione Compagnia di San Paolo.

I risultati

È così emerso che nel 2025 la domanda di inclusione finanziaria ha continuato a crescere, con 38 milioni di euro concessi a 3.167 progetti (+7,8% rispetto al 2024). I progetti possono essere sia finalizzati allo sviluppo di piccole imprese, sia per far fronte a bisogni primari come l’emergenza abitativa, il welfare, la formazione. Non a caso il 33% delle imprese finanziate risulta guidato da giovani sotto i 35 anni (+2 punti percentuali rispetto al 2024), uno dei segmenti più fragili del mercato insieme a donne e stranieri. E in questo senso lo studio conferma il ruolo del microcredito quale strumento efficace per contrastare la precarietà: circa 1.900 imprenditori hanno migliorato la propria condizione lavorativa e oltre 3.100 hanno registrato un aumento del reddito mensile.