Le Ragioni di Israele
Silvestro Gallipoli
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Fahd Abu Haikal, 41 carries the body of his seven month old Palestinian baby boy Sam, who was killed on Friday when, according to the Palestinian health ministry, Israeli soldiers fired at the vehicle carrying him and his parents in Tel Rumeida, during his funeral in the West Bank city of Hebron, Saturday, June 6, 2026. (AP Photo/Mahmoud Illean)
C’è una parola che nel dibattito pubblico è quasi scomparsa: intenzione. È la parola che separa la tragedia dal crimine deliberato, l’errore dall’assassinio, la responsabilità da accertare dalla colpa già scritta perché l’imputato è israeliano, dunque ebreo, dunque colpevole. Un neonato palestinese di sette mesi, Sam Fahd Abu Haikal, è morto a Hebron, colpito mentre viaggiava in auto. È una morte insopportabile. Nessuna causa politica può rendere accettabile la morte di un bambino. Su questo non si tratta. E infatti l’esercito israeliano ha riconosciuto che i feriti erano civili non coinvolti, ha espresso dolore e rammarico, ha aperto un’inchiesta. La famiglia contesta la ricostruzione militare e sostiene che l’auto fosse ferma. Benissimo: si indaghi. Se un soldato ha sparato senza motivo operativo, sia processato e punito. Questo accade, o dovrebbe accadere, in uno Stato di diritto.










